Il Tirreno

Sequestro Calevo, Cassazione conferma 12 anni per Shota

Sequestro Calevo, Cassazione conferma 12 anni per Shota

Il 27enne albanese faceva parte della banda che nel 2012 rapì e tenne prigioniero l’imprenditore edile di Lerici

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SARZANA. La Corte di Cassazione ha confermato la pena di dodici anni di reclusione per Emiliano Shota, 27enne albanese che faceva parte della banda che il 16 dicembre del 2012 aveva rapito a scopo di estorsione dalla sua villa di Lerici l’imprenditore Andrea Calevo, patron della società edile Calevo Nestore & Figlio Srl, fondata 120 anni prima dal bisnonno.

Shota era stato condannato in primo e secondo grado dal Tribunale di Genova per i reati in concorso di rapina aggravata, sequestro di persona e sequestro di persona a scopo di estorsione. Faceva parte di un gruppo criminale formato da altri due albanesi, anch’essi già agli arresti - Fabjon Vila e Simon Halilaj - e dall’imprenditore Pierluigi Destri, oggi 75 anni, considerato la mente del sequestro, a cui la Corte di Cassazione, nel luglio scorso, ha confermato la pena di 30 anni di galera.

Shota, assistito dagli avvocati Fabio Menichetti e Oreste Dominioni, secondo la Cassazione era a conoscenza che lo scopo dell’operazione era il rapimento di Calevo, e non una rapina in villa, «più logico sarebbe stato, al fine di un preteso furto - si legge nella sentenza - attendere che nella villa non vi fosse nessuno». Invece il 27enne, «prima del sequestro aveva visto la cella destinata al Calevo. Sono infine le stesse dichiarazioni dello Shota a giustificare l’attribuzione a suo carico del reato di sequestro di persona a scopo di estorsione, egli ha invero accettato l’incarico e lo ha portato a termine con perfetta efficienza, svolgendo un ruolo non minimale il che già vale di per sé a escludere che il preteso “nuovo” piano delittuoso fosse improvvisato». E così per Shota pena confermata a 12 anni di reclusione, senza ulteriore appello.

Andrea Calevo fu sequestrato nella notte del 16 dicembre 2012: tre banditi armati, dopo averlo minacciato con delle pistole (poi risultate armi giocattolo), lo avevano costretto a farsi aprire la casa. A quel punto legarono la madre, Sandra Potestà, immobilizzandola a una sedia con del nastro adesivo da pacchi, e si fecero aprire la cassaforte, portando via 3.000 euro in denaro, assegni bancari, documenti e gioielli. Poi la fuga sull’Audi A1 dell’imprenditore, costretto a salire sull’auto. Una vettura ritrovata poco dopo nel fiume Magra non distante dal luogo del rapimento.

Un sequestro durato lo spazio di 15 giorni: il blitz di polizia e carabinieri avvenne il 31 dicembre, Calevo aveva passato la prigionia in uno scantinato senza finestre all’interno della villa di Pierluigi Destri, il capobanda. La liberazione dell’ostaggio è avvenuta grazie alla registrazione di centinaia di ore di conversazioni telefoniche - gli investigatori avevano messo sotto controllo un centinaio di conoscenti di Calevo - decine di pedinamenti e persquisizioni di abitazioni, e anche campi rom. Alla fine i sequestratori sono stati incastrati da una pizza: come avevano spiegato gli inquirenti, la conferma che Andrea Calevo era nell'abitazione di Destri (tra le persone tenute sotto controllo), è arrivata dall'intercettazione di conversazione telefonica nella quale il padrone di casa ordinava una pizza a domicilio. Non era né per lui né per l'altro carceriere: quella pizza era proprio per Calevo nascosto nello scantinato della villetta.

Da lì il blitz interforze, la liberazione dell’ostaggio e l’arresto dei carcerieri.

Luca Signorini

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