Sicurezza
Arpat fa le analisi, ma il mistero rimane
“Scagionati” i depuratori, nessuna certezza, però, sulle cause: «La fognatura che alimenta il canale è troppo estesa»
3 MINUTI DI LETTURA
MASSA. Rimane ancora inspiegato, non inspiegabile si spera, il fenomeno della morìa di pesci alla foce del Lavello. I risultati delle analisi di Arpat, resi pubblici ieri, però raggiungono una certezza: non è colpa dei depuratori di Gaia.
Il personale di Arpat si è mosso per i rilevamenti il 4 settembre, a seguito della segnalazione da parte della polizia municipale del comune di Massa sulla gran quantità di cadaveri di pesci che galleggiano sul fosso.
Nel corso del sopralluogoi tecnici hanno visto che alla foce del foce del fosso Lavello, in prossimità del ponte di via delle Pinete, non erano presenti pesci morti, quindi hanno risalito il fosso, individuando il tratto, più a monte, dove erano presenti alcuni pesci morti.
Dunque i tecnici hanno risalito il fosso per capire dove si trovassero gli animali morti. «Al fine di individuare la causa della moria il personale Arpat ha percorso l’argine del fosso dall’altezza del depuratore Lavello 1, in direzione monte, fino al ponte di via Massa Avenza, rilevando la presenza di molti pesci morti, tutti di piccola taglia, ma anche di fauna ittica viva, oltre a rane e gallinelle d’acqua; la quantità d’acqua nel fosso era scarsa ed era presente molta vegetazione acquatica. Dal ponte di via Massa Avenza, procedendo verso monti, i pesci morti non erano più visibili», spiegano da Arpat.
A quel punto viene contattata Gaia per un controllo al depuratore «al fine di ispezionare lo scarico del depuratore ed il canale, che proviene dalla zona industriale, che ne attraversa l’area, parzialmente intubato, ma visibile dall’interno dell’impianto. Questo canale, in cui sono convogliate le fognature bianche dell’area ex Farmoplant, sfocia a valle dello scarico del depuratore Lavello 2, ma a monte dello scarico del depuratore Lavello 1; è stato osservato che c’erano pesci sia morti che vivi all’interno di due delle tre vasche,comunicanti tra loro, presenti prima che il canale sfoci nel Lavello».
Ma, dal resoconto dei tecnici, risulta in particolare una carenza di ossigeno ma anche animali vivi, «non particolarmente sofferenti», come scrive Arpat. È stato effettuato un campionamento dell’acqua nella vasca centrale dopo aver fatto le misure sul posto dei parametri.
«I risultati delle analisi di laboratorio sull’acqua prelevata nel canale non hanno messo in evidenza la presenza di sostanze chimiche in quantità tali da giustificare una moria o da essere utilizzate come indicatore per una possibile fonte di inquinamento» Dalle analisi dunque non si evince nessuna fonte di inquinamento evidente. «Sono presenti quantitativi apprezzabili, anche se non preoccupanti, di prodotti di degradazione di sostanze organiche quali ammoniaca, fosforo e tensioattivi».
Dopo le indagini dunque sono tre le conclusioni di Arpat. La prima è che pare «improbabile che la moria di pesci sia stata causata dagli scarichi dei due depuratori Lavello 1 e Lavello 2, in quanto i pesci morti sono stati rinvenuti anche nel canale proveniente dalla zona industriale dove non scaricano i due depuratori». Gaia, insomma, non c’entra nulla.
L’altra è una consierazione temporale. Al momento del sopralluogo infatti “l’evento”, la morìa insomma «era già in fase di superamento, come indicato dalla presenza di fauna ittica vitale». Si è arrivati tardi per capire qualcosa?
L’ultima conclusione pare confermarlo, mantenendo le perplessità intatte su cosa abbia causato la morìa. «Non è possibile fornire ulteriori elementi utili all’individuazione di una responsabilità per la moria dei pesci - scrivono da Arpat – in quanto la fognatura bianca, che alimenta il canale di scarico che proviene dalla zona industriale, è tombata e copre un’area molto estesa con presenza di molte attività e possibilità di raccolta di sversi (volontari o involontari) nei tombini posti sulla strada».
Libero Red Dolce
Il personale di Arpat si è mosso per i rilevamenti il 4 settembre, a seguito della segnalazione da parte della polizia municipale del comune di Massa sulla gran quantità di cadaveri di pesci che galleggiano sul fosso.
Nel corso del sopralluogoi tecnici hanno visto che alla foce del foce del fosso Lavello, in prossimità del ponte di via delle Pinete, non erano presenti pesci morti, quindi hanno risalito il fosso, individuando il tratto, più a monte, dove erano presenti alcuni pesci morti.
Dunque i tecnici hanno risalito il fosso per capire dove si trovassero gli animali morti. «Al fine di individuare la causa della moria il personale Arpat ha percorso l’argine del fosso dall’altezza del depuratore Lavello 1, in direzione monte, fino al ponte di via Massa Avenza, rilevando la presenza di molti pesci morti, tutti di piccola taglia, ma anche di fauna ittica viva, oltre a rane e gallinelle d’acqua; la quantità d’acqua nel fosso era scarsa ed era presente molta vegetazione acquatica. Dal ponte di via Massa Avenza, procedendo verso monti, i pesci morti non erano più visibili», spiegano da Arpat.
A quel punto viene contattata Gaia per un controllo al depuratore «al fine di ispezionare lo scarico del depuratore ed il canale, che proviene dalla zona industriale, che ne attraversa l’area, parzialmente intubato, ma visibile dall’interno dell’impianto. Questo canale, in cui sono convogliate le fognature bianche dell’area ex Farmoplant, sfocia a valle dello scarico del depuratore Lavello 2, ma a monte dello scarico del depuratore Lavello 1; è stato osservato che c’erano pesci sia morti che vivi all’interno di due delle tre vasche,comunicanti tra loro, presenti prima che il canale sfoci nel Lavello».
Ma, dal resoconto dei tecnici, risulta in particolare una carenza di ossigeno ma anche animali vivi, «non particolarmente sofferenti», come scrive Arpat. È stato effettuato un campionamento dell’acqua nella vasca centrale dopo aver fatto le misure sul posto dei parametri.
«I risultati delle analisi di laboratorio sull’acqua prelevata nel canale non hanno messo in evidenza la presenza di sostanze chimiche in quantità tali da giustificare una moria o da essere utilizzate come indicatore per una possibile fonte di inquinamento» Dalle analisi dunque non si evince nessuna fonte di inquinamento evidente. «Sono presenti quantitativi apprezzabili, anche se non preoccupanti, di prodotti di degradazione di sostanze organiche quali ammoniaca, fosforo e tensioattivi».
Dopo le indagini dunque sono tre le conclusioni di Arpat. La prima è che pare «improbabile che la moria di pesci sia stata causata dagli scarichi dei due depuratori Lavello 1 e Lavello 2, in quanto i pesci morti sono stati rinvenuti anche nel canale proveniente dalla zona industriale dove non scaricano i due depuratori». Gaia, insomma, non c’entra nulla.
L’altra è una consierazione temporale. Al momento del sopralluogo infatti “l’evento”, la morìa insomma «era già in fase di superamento, come indicato dalla presenza di fauna ittica vitale». Si è arrivati tardi per capire qualcosa?
L’ultima conclusione pare confermarlo, mantenendo le perplessità intatte su cosa abbia causato la morìa. «Non è possibile fornire ulteriori elementi utili all’individuazione di una responsabilità per la moria dei pesci - scrivono da Arpat – in quanto la fognatura bianca, che alimenta il canale di scarico che proviene dalla zona industriale, è tombata e copre un’area molto estesa con presenza di molte attività e possibilità di raccolta di sversi (volontari o involontari) nei tombini posti sulla strada».
Libero Red Dolce
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
