Svastica in vetrina, annullata la mostra del collettivo DMT
di Francesca Vatteroni
I ragazzi dell’Accademia spiegano: nessuna provocazione Il professore dell’istituto: l’assessore Forti ci ripensi
3 MINUTI DI LETTURA
CARRARA. Un’incomprensione tra l’assessore Federica Forti e il collettivo di alcuni studenti ed ex studenti provenienti dall’Accademia di Belle Arti, che si fa chiamare DMT, con sullo sfondo un battibecco nato tra gli stessi ragazzi e Nicola Ricci, il gallerista che aveva fino a un anno e mezzo fa in concessione lo spazio di Blu Corner in piazza Alberica, proprio lo spazio concesso, in occasione del festival Con-vivere al collettivo.
Tutto ha avuto inizio quando i ragazzi, la cui installazione multimediale era stata notata dall’assessore Forti durante gli open day all’Accademia, erano stati invitati a portare l’installazione a Con-vivere, usando lo spazio abbandonato da Ricci. Il Collettivo DMT accettò subito con entusiasmo e presentò il progetto intitolato “Cinque elefanti in una panda”. Lunedì quindi, andando ad allestire la mostra, ci hanno spiegato i ragazzi, dopo aver installato presso le due vetrate l’opera multimediale e avendo trovato sul posto vario materiale lasciato lì, come stracci sporchi, riviste, lampadine, palette per raccattare la sporcizia, lo avevano in parte utilizzato per decorare artisticamente, secondo loro gusto, le vetrine vicine alle 2 finestre dove erano allestiti i videoclip, allo scopo di valorizzare l’opera multimediale e di arricchirla. Il caso ha voluto che tra le riviste trovate nel fondo, ci fosse stata la riproduzione di un’opera dell’artista livornese CCH, che aveva in passato esposto al Blu Corner: una svastica in polistirolo con accanto la spiegazione, che parlava esplicitamente di ammonimento per ciò che può succedere a una società se consente a certi linguaggi e all’odio di sedurla. Nella giornata di martedì, Nicola Ricci che non aveva accettato di buon grado, come ci ha precisato poi lui stesso, l’utilizzo del materiale lasciato all’interno del fondo, protestò con i ragazzi, i quali a loro volta hanno riferito di essere stati coinvolti in una disputa molto accesa, per via della svastica. «Ci ha sbraitato addosso» hanno accusato i ragazzi di DMT, che hanno cercato di spiegargli come quell’antico simbolo, così come usato da loro, voleva prescindere dal suo significato politico. «Sono stati dei maleducati e non hanno certo fatto fare una bella figura all’Accademia di Belle Arti» ha detto Ricci. Nello stesso giorno i ragazzi si sono visti arrivare Sandra Botti, funzionaria del settore cultura, che chiedeva al collettivo di rimuovere la svastica e poi di rimuovere anche gli altri materiali, in quanto appartenenti a Ricci e non compresi nell’ambito del progetto iniziale. A nulla sono valsi i tre comunicati spediti all’assessore con cui i ragazzi hanno cercato di spiegare il perché dell’uso del materiale trovato e il significato della svastica, la mail di ieri dell’assessore ingiungeva ai ragazzi di rimuovere tutto, tranne l’installazione video. Ma i ragazzi hanno preferito sgomberare tutto: «Per noi è censura. Quella non era una svastica nazista e noi vogliamo esprimerci artisticamente in modo libero».
Matteo Chini, professore di fenomenologia dell’arte contemporanea dell’Accademia di Belle Arti, saputo di quanto successo ai ragazzi, alcuni dei quali suoi ex studenti ha commentato: «L’opera non è confinata in se stessa ma è legata allo spazio che abita e i ragazzi non hanno fatto altro che risignificarla. Questi sono i ragazzi più brillanti e creativi dell’Accademia, spero che l’assessore ci ripensi».
Tutto ha avuto inizio quando i ragazzi, la cui installazione multimediale era stata notata dall’assessore Forti durante gli open day all’Accademia, erano stati invitati a portare l’installazione a Con-vivere, usando lo spazio abbandonato da Ricci. Il Collettivo DMT accettò subito con entusiasmo e presentò il progetto intitolato “Cinque elefanti in una panda”. Lunedì quindi, andando ad allestire la mostra, ci hanno spiegato i ragazzi, dopo aver installato presso le due vetrate l’opera multimediale e avendo trovato sul posto vario materiale lasciato lì, come stracci sporchi, riviste, lampadine, palette per raccattare la sporcizia, lo avevano in parte utilizzato per decorare artisticamente, secondo loro gusto, le vetrine vicine alle 2 finestre dove erano allestiti i videoclip, allo scopo di valorizzare l’opera multimediale e di arricchirla. Il caso ha voluto che tra le riviste trovate nel fondo, ci fosse stata la riproduzione di un’opera dell’artista livornese CCH, che aveva in passato esposto al Blu Corner: una svastica in polistirolo con accanto la spiegazione, che parlava esplicitamente di ammonimento per ciò che può succedere a una società se consente a certi linguaggi e all’odio di sedurla. Nella giornata di martedì, Nicola Ricci che non aveva accettato di buon grado, come ci ha precisato poi lui stesso, l’utilizzo del materiale lasciato all’interno del fondo, protestò con i ragazzi, i quali a loro volta hanno riferito di essere stati coinvolti in una disputa molto accesa, per via della svastica. «Ci ha sbraitato addosso» hanno accusato i ragazzi di DMT, che hanno cercato di spiegargli come quell’antico simbolo, così come usato da loro, voleva prescindere dal suo significato politico. «Sono stati dei maleducati e non hanno certo fatto fare una bella figura all’Accademia di Belle Arti» ha detto Ricci. Nello stesso giorno i ragazzi si sono visti arrivare Sandra Botti, funzionaria del settore cultura, che chiedeva al collettivo di rimuovere la svastica e poi di rimuovere anche gli altri materiali, in quanto appartenenti a Ricci e non compresi nell’ambito del progetto iniziale. A nulla sono valsi i tre comunicati spediti all’assessore con cui i ragazzi hanno cercato di spiegare il perché dell’uso del materiale trovato e il significato della svastica, la mail di ieri dell’assessore ingiungeva ai ragazzi di rimuovere tutto, tranne l’installazione video. Ma i ragazzi hanno preferito sgomberare tutto: «Per noi è censura. Quella non era una svastica nazista e noi vogliamo esprimerci artisticamente in modo libero».
Matteo Chini, professore di fenomenologia dell’arte contemporanea dell’Accademia di Belle Arti, saputo di quanto successo ai ragazzi, alcuni dei quali suoi ex studenti ha commentato: «L’opera non è confinata in se stessa ma è legata allo spazio che abita e i ragazzi non hanno fatto altro che risignificarla. Questi sono i ragazzi più brillanti e creativi dell’Accademia, spero che l’assessore ci ripensi».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
