Il dolore
Presa la banda dei trasfertisti siciliani
di Libero Red Dolce
Rapinarono due banche tra Carrara e Marina nel 2015. In tre, volto scoperto, minacciosi e «usavano tecniche paramilitari»
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CARRARA. Giovani, spietati e trasfertisti, due anni fa con due colpi in banca si sono messi in tasca 180mila euro. La banda dei siciliani aveva segnato sulla mappa delle sue “visite” anche Carrara, ma adesso tre dei suoi componenti, gli autori delle rapine apuane, sono stati messi in manette grazie al lavoro fatto dei carabinieri di Massa e Carrara insieme ai colleghi siciliani.
Indagini lunghe, condotte a ritroso e con metodi scientifici. Misurazioni antropometriche, analisi di dati ed esplorazione dei social network. Che riportano l’orologio indietro a 2 anni fa, al 2 ottobre 2015.
Dodici persone tenute in ostaggio per un’ora dentro la filiale di Ubi Banca ad Avenza. I tre che entrano a volto scoperto, soltanto gli occhiali a mascherare parzialmente i tratti somatici. Quasi un’ora dentro: cassieri bloccati e minacciati con piccole armi da taglio, i clienti che entravano man mano sequestrati. Un completo controllo del territorio e della situazione.
In conferenza stampa i carabinieri di Massa che insieme ai colleghi di Carrara hanno condotto l’indagine hanno aggiunto un dettaglio che dà la misura della capacità dei rapinatori: «A un certo punto un cliente accompagnato dal figlio, che lo aspettava fuori, è stato costretto a chiamarlo al cellulare per attirarlo dentro con una scusa. Non volevano nessuno fuori che potesse avvertire le forze dell’ordine. Da fuori, il palo, controllava la situazione, avvertiva chi entrava e chi sostava. E si è accorto del ragazzino».
I rapinatori tra loro non parlano. Sanno che la situazione va gestita senza panico, riducendo l’improvvisazione a zero. «Hanno usato quelle che definirei tecniche paramilitari - hanno spiegato i carabinieri in conferenza stampa – erano preparati, decisi e sapevano cosa stavano facendo. Ma erano anche spietati, ricorrendo a secche minacce per ottenere quello che volevano».
Cioè password per accedere alle casseforti. E per averle la minaccia psicologica era di quelle brutali: «Direttore, dacci la tua carta d’identità. Ok, tu abiti qua. Ora o ci dai la password o andiamo a prendere i tuoi». Poca scelta.
I tre peraltro non si muovevano tutti insieme. La scelta di rapinare le banche di Carrara insomma pare sia stata più dettata dall’esigenza di mettere più chilometri possibili tra i loro luoghi di provenienza e quelli di azione. Altri colpi riconducibili alla banda sono stati fatti a La Spezia, Bergamo, Alessandri e Venezia, sospettano i carabinieri, che parlano di «elementi insindacabili di responsabilità».
Lontani da casa, ma non sprovveduti. Probabile, si direbbe quasi certa, la presenza di un basista. Qualcuno del luogo insomma che dava supporto logistico, informazioni e dati. Soltanto che non è stato possibile individuarlo. Pur utilizzando cellulari per comunicare tra loro, i tre infatti utilizzavano delle schede acquistate ad hoc per fare i colpi. Intestate peraltro a utenze inesistenti.
Così il lavoro si è fatto ancora più complicato. Nessun apparente contatto con il territorio, pochi segni, nessuna traccia sui luoghi dove hanno colpito. I due che entravano dentro le banche infatti, pur non usando guanti, non hanno lasciato impronte. Gli investigatori hanno poi capito che le ricoprivano interamente di colla, in modo da evitare ogni segno. «Un’altra dimostrazione della loro abilità», spiegano i carabinieri.
Stesse modalità operativa nel secondo colpo del 18 novembre, sempre del 2015, alla Cassa di risparmio di Pistoia e Lucchesia di Marina di Carrara. Di nuovo completa padronanza della scena e capacità di tranquillizzare clienti e personale colti da nervosismo. Senza rinunciare alla consueta dose di minacce persuasive.
I carabinieri si sono messi a lavoro, utilizzando le tecniche più raffinate a loro disposizione. Un lavoro complesso partito dal classico approccio investigativo di ascolto dei testimoni e incrocio di quanto detto. Scremando particolari e valorizzando i dettagli. Ma non è stato solo questo.
I militari hanno fatto uso anche di rilievi antropometrici, quelli capaci di misurare alcune costanti del corpo umano, come ad esempio la distanza tra gli occhi o altri dettagli, che rimangono invariati nonostante i camuffamenti. E da lì hanno seguito un percorso a ritroso, coadiuvati dai colleghi siciliani.
I tre sono stati arrestati e adesso sono in carcere in Sicilia. Le indagini proseguono comunque, perché è emerso con chiarezza che i tre non lavorano da solo né per se stessi. C’è una grossa rete dietro, capace di organizzare tutto, dividere i proventi e reinvestirli. Fornendo anche assistenza legale ai propri uomini. Ora la caccia è al livello superiore e sarà dura.
Indagini lunghe, condotte a ritroso e con metodi scientifici. Misurazioni antropometriche, analisi di dati ed esplorazione dei social network. Che riportano l’orologio indietro a 2 anni fa, al 2 ottobre 2015.
Dodici persone tenute in ostaggio per un’ora dentro la filiale di Ubi Banca ad Avenza. I tre che entrano a volto scoperto, soltanto gli occhiali a mascherare parzialmente i tratti somatici. Quasi un’ora dentro: cassieri bloccati e minacciati con piccole armi da taglio, i clienti che entravano man mano sequestrati. Un completo controllo del territorio e della situazione.
In conferenza stampa i carabinieri di Massa che insieme ai colleghi di Carrara hanno condotto l’indagine hanno aggiunto un dettaglio che dà la misura della capacità dei rapinatori: «A un certo punto un cliente accompagnato dal figlio, che lo aspettava fuori, è stato costretto a chiamarlo al cellulare per attirarlo dentro con una scusa. Non volevano nessuno fuori che potesse avvertire le forze dell’ordine. Da fuori, il palo, controllava la situazione, avvertiva chi entrava e chi sostava. E si è accorto del ragazzino».
I rapinatori tra loro non parlano. Sanno che la situazione va gestita senza panico, riducendo l’improvvisazione a zero. «Hanno usato quelle che definirei tecniche paramilitari - hanno spiegato i carabinieri in conferenza stampa – erano preparati, decisi e sapevano cosa stavano facendo. Ma erano anche spietati, ricorrendo a secche minacce per ottenere quello che volevano».
Cioè password per accedere alle casseforti. E per averle la minaccia psicologica era di quelle brutali: «Direttore, dacci la tua carta d’identità. Ok, tu abiti qua. Ora o ci dai la password o andiamo a prendere i tuoi». Poca scelta.
I tre peraltro non si muovevano tutti insieme. La scelta di rapinare le banche di Carrara insomma pare sia stata più dettata dall’esigenza di mettere più chilometri possibili tra i loro luoghi di provenienza e quelli di azione. Altri colpi riconducibili alla banda sono stati fatti a La Spezia, Bergamo, Alessandri e Venezia, sospettano i carabinieri, che parlano di «elementi insindacabili di responsabilità».
Lontani da casa, ma non sprovveduti. Probabile, si direbbe quasi certa, la presenza di un basista. Qualcuno del luogo insomma che dava supporto logistico, informazioni e dati. Soltanto che non è stato possibile individuarlo. Pur utilizzando cellulari per comunicare tra loro, i tre infatti utilizzavano delle schede acquistate ad hoc per fare i colpi. Intestate peraltro a utenze inesistenti.
Così il lavoro si è fatto ancora più complicato. Nessun apparente contatto con il territorio, pochi segni, nessuna traccia sui luoghi dove hanno colpito. I due che entravano dentro le banche infatti, pur non usando guanti, non hanno lasciato impronte. Gli investigatori hanno poi capito che le ricoprivano interamente di colla, in modo da evitare ogni segno. «Un’altra dimostrazione della loro abilità», spiegano i carabinieri.
Stesse modalità operativa nel secondo colpo del 18 novembre, sempre del 2015, alla Cassa di risparmio di Pistoia e Lucchesia di Marina di Carrara. Di nuovo completa padronanza della scena e capacità di tranquillizzare clienti e personale colti da nervosismo. Senza rinunciare alla consueta dose di minacce persuasive.
I carabinieri si sono messi a lavoro, utilizzando le tecniche più raffinate a loro disposizione. Un lavoro complesso partito dal classico approccio investigativo di ascolto dei testimoni e incrocio di quanto detto. Scremando particolari e valorizzando i dettagli. Ma non è stato solo questo.
I militari hanno fatto uso anche di rilievi antropometrici, quelli capaci di misurare alcune costanti del corpo umano, come ad esempio la distanza tra gli occhi o altri dettagli, che rimangono invariati nonostante i camuffamenti. E da lì hanno seguito un percorso a ritroso, coadiuvati dai colleghi siciliani.
I tre sono stati arrestati e adesso sono in carcere in Sicilia. Le indagini proseguono comunque, perché è emerso con chiarezza che i tre non lavorano da solo né per se stessi. C’è una grossa rete dietro, capace di organizzare tutto, dividere i proventi e reinvestirli. Fornendo anche assistenza legale ai propri uomini. Ora la caccia è al livello superiore e sarà dura.
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