Il Tirreno

«Il suocero di Stefania era furioso»

di Libero Red Dolce
«Il suocero di Stefania era furioso»

Una vicina: «Vedendo il rogo nella stanza del nipote, ha dato un pugno a un’auto e ha parlato duramente del figlio»

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CARRARA. A due giorni dall’incendio aleggia un odore acre in via Beccheria. Entra dalle narici e chiude la gola. Sono il compensato, la plastica, il legno e gli altri materiali bruciati dentro l’appartamento. Un puzzo che sa anche di tragedia scampata, ma non per questo meno aspro da inghiottire per i condomini del palazzo Erp che cominciano a ritrovare la normalità mentre l’aria si fa appena più respirabile.

Se la sono vista brutta sabato notte. Avvolto dai ponteggi come un’armatura, il palazzo di tre piani ha in pancia l’alito nauseabondo dell’appartamento bruciato al primo piano. Tutte le finestre e aperture sono sbarrate e la porta della casa è sbarrata dai sigilli biancorossi che indicano il sequestro. Accanto Anna Esposito, sul pianerottolo, sistema i panni sullo stendino. «Il fumo copriva tutto, dal basso verso l’alto. Una barriera scurissima. Non abbiamo di certo pensato di andarcene, viviamo qui e non vedo perché dovremmo. Certo ci farebbe sentire più sicuri sapere chi ha dato fuoco alla casa e per quale ragione», spiega.

Anna per pochi centimetri non ha la sua porta di fronte a quella di Stefania Guarracino, assegnataria dell’appartamento andato a fuoco. Lei, come altri, è stata avvertita da chi scendeva dai piani superiori dopo la scoperta delle fiamme. «Sapevo che loro non c’erano, che Stefania era via per qualche giorno in vacanza. Però mi ha fatto impressione lo stesso vedere quella scena. Non si sapeva come comportarsi».

Di Guarracino nessuna traccia. Pare non ritorni nell’immediato, anche se è in contatti con l’Erp e con le autorità per ogni novità su quello che è successo.

A chiedere tra gli appartamenti c’è un’idea ben precisa su chi possa essere stato ad appiccare le fiamme. Però non ci sono certezze e d’altronde si aspetta la relazione dei vigili e il lavoro degli inquirenti per capire meglio come possa essere andata.

Anche al secondo piano, mentre con un panno cancella dalla sua porta ogni traccia residua di fuliggine e oleoso residuo del fumo, Katia Aliboni racconta la sua fuga con una calma invidiabile. «Ho fatto una cosa assurda, a ripensarci adesso ho rischiato davvero. Mi hanno bussato alla porta per avvertirmi, io ho stentato un po’ a capire cosa stesse succedendo. Poi ho deciso di prendere l’ascensore. È l’ultima cosa da fare in caso d’incendio, ma per fortuna mi è andata bene».

Racconta Katia che appena uscita dal condominio, con il cane in braccio, si è spostata come tanti altri all’imbocco della strada. Da lì poteva vedere la cucina e una stanza da letto, quella dei figli, «divorate da fiamme altissime». E mentre osserva, fa un incontro particolare.

Poco discosto dal gruppo di persone che i vigili hanno radunato all’inizio della via, c’è anche il padre dell’ex marito di Stefania Guarracino. Il suocero, insomma. «Era un po’ più lontano, sbalordito e arrabbiato. A un certo punto ha detto: “meglio che si sia ammazzato, altrimenti lo ammazzo io”. E poi ha sferrato un pugno su una macchina. Vedere la camera del nipote bruciare lo deve avere colpito molto». Dell’ex marito di Stefania, secondo Katia, sono sparite le tracce dal giorno del rogo.

L’eroe della giornata è stato però Stefano Dadà. Lottava in un dormiveglia affannato quel sabato, nonostante l’ora tarda. «Sentivo un odore strano, chimico quasi. Odore di diavolina che brucia, ma moltiplicato per mille. Mi sono alzato e ho sentito alla porta il mio vicino Gino che mi chiamava. Abbiamo capito che c’era qualcosa che non andava e ci siamo dati una mossa».

Stefano è sceso al piano di sotto e ha visto il fumo sotto la porta. «Ho avuto paura, perché io non sapevo che non ci fosse nessuno. Ho preso un secchio d’acqua e l’ho buttato sulla porta, che era rovente. Ho spinto un po’, giusto per infilare la testa e chiedere se c’era qualcuno. Ma nessuna risposta».

Poi i suoi occhi si posano sulla caldaia. Si accende una lampadina e Stefano capisce il problema. I vigili erano stati allertati, ma c’è da fare uscire tutti. «Così ho cominciato a svegliare tutti, mentre mi precipitavo in casa a recuperare mia moglie e mio figlio per portarli fuori».

Dentro il palazzo il panico è stato grande. Anche perché chi era al terzo e ultimo piano non è potuto nemmeno scappare via. «Li ha bloccati il fumo – racconta ancora Katia – a quel punto era impossibile prendere le scale per scendere. Non si vedeva più nulla, c’era da morire intossicati».

La porta di casa Guarracino adesso è sigillata. C’è un buco in basso sulla porta annerito dalle fiamme. Si può spiare dentro. E pare rimanga ben poco. «C’è molto compensato in queste case, abbiamo i soppalchi perché i tetti sono alti e fa freddo. Materiali infiammabili ce n’erano. È una fortuna che sia andata così», conclude Katia.

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