Il Tirreno

Quando il re della mafia mangiava a Massa

di Aldo Antola
Quando il re della mafia mangiava a Massa

“Le Gemelle” ricordano Pippo Madonia: « La sera della strage aveva ordinato la pizza da noi; era il suo alibi»

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MASSA. Le Gemelle, storica trattoria di Cinquale, e Madonia numero due di Cosa Nostra.

Durante il nostro servizio sul Ristorante Le Gemelle di Poveromo su “I Resistenti”, pagine speciali su aziende, commercianti ed artigiani, che da moltissimi anni sono sulla piazza e “resistono” alla crisi, è emerso un fatto che a quel tempo è passato un po' in sordina, ma che a risentirlo ora direttamente dalle voci di Diva e Ivana Della Pina, titolari col fratello Fabrizio dell'azienda, assume grande rilevanza anche perché da una parte conferma il paradiso del riposo e della discrezione della zona di Poveromo, ma dall'altra pone anche l'interrogativo di “chissà quante persone particolari” si sono nascoste qui nel tempo.

Siamo tornati da Le Gemelle per farci raccontare più dettagliatamente cosa è avvenuto e come hanno vissuto l'avventura dell'ingegnere, alias Madonia. «Grandissima sorpresa per noi quando abbiamo visto alla televisione il volto dell'ingegnere Giuseppe Lamedica (cosi si faceva chiamare), quel signore gentilissimo che era stato per tre estati intere, dal 1990 al 92, a Poveromo ed abitava in via Lucca ».

Inizia così il racconto delle gemelle Diva e Ivana col fratello Fabrizio che ascolta: «Fu arrestato a Vicenza, non capimmo subito per cosa- continuano- ma poi le ripetizioni a tutti i Tg ci spalancarono un mondo nuovo. In realtà era Giuseppe Madonia, numero due di Cosa Nostra, vice di Riina ed arrestato quale mandante degli omicidi di Falcone e Borsellino. Mai avremmo sospettato una cosa simile.

Con noi e con tutti i vicini era stato sempre una persona molto educata, gentile, religiosa tanto che tutte le domeniche mattina andava a Messa nella chiesetta qua vicino, quella famosa di San Domenichino, dove negli anni sessanta venivano a sposarsi molti vip, ed era anche molto generoso tanto che all'uscita voleva sempre offrire la colazione agli anziani. Dopo, in tanti hanno ammesso di ricordarlo mentre passeggiava, andava al bar a far colazione, oppure nei pochi negozi di Poveromo per acquisti. Veniva tutte le sere a cena da noi- continuano le Gemelle- spesso anche il giorno, e ricordo che pagava quasi sempre con biglietti da 50 mila lire, insomma si vedeva che stava bene, non aveva problemi economici».

E come è avvenuto poi il vostro coinvolgimento? «Perché una persona che forse abitava o era stata in villeggiatura qui lo riconobbe alla tv come cliente Delle Gemelle e frequentatore della zona e informò la polizia, cosi almeno è da quello che sappiamo».

Le indagini vanno avanti, vengono arrestate molte altre persone, si cercano testimoni dalla due parti, accusa e difesa e finiscono in mezzo anche le gemelle: «Il signor Madonia disse che nel periodo degli omicidi, e specialmente nei giorni precisi di quello di Borsellino, era proprio lì a Poveromo e ricorda di essere andato a prendere da mangiare a mezzogiorno per pranzare a casa e di essere tornato la sera a prendere le pizze da noi, cosa che era vera, lo ricordavamo perché mentre aspettava le pizze un tg speciale informò dell'omicidio di Borsellino e tutti commentammo qualcosa, anche lui, l'ingegnere, che dunque aveva l'alibi perché non avrebbe mai fatto in tempo ad andare e tornare in Sicilia».

Poi iniziò il lunghissimo processo per stragi di Mafia a Caltanissetta, e in altre città dove venne impiegato anche l'esercito: «Siamo nel 1997, ci convocarono nella città blindata siciliana come testimoni a favore della tesi difensiva di Madonia, noi non ce la sentimmo, mandammo diverse volte certificati medici del dottor Vanni, ma ci intimarono di andare o sarebbero venuti a prenderci. Alla fine andammo e facemmo il nostro dovere. Ma la paura era tanta. L'aula bunker metteva soggezione, paura. Fuori c'erano sempre parenti o amici delle vittime ma anche amici dei clan.

«Una volta - continuano a dire Dive e Ivana, confortate spesso da Fabrizio e dal cognato Ottavio - al passaggio dei controlli il metal detector, al turno di Diva, si mise a squillare: allarme, tutti fermi, altri controlli. Diva venne portata in una stanzetta e perquisita da donne poliziotto. Eravamo con Ottavio, invece a Reggio Calabria c’era anche Fabrizio che era convocato per testimoniare.

«L'anno dopo, siamo nel 1998, il processo si svolgeva a Reggio Calabria e andammo sempre tutti e quattro, confermammo tutto quello che sapevamo, la verità, cioè che in quei giorni lui era stato in zona a Poveromo».

Una brutta avventura, terminano poi i quattro, dove ci hanno anche rimesso i soldi per viaggi e alberghi perché «ci avevano promesso che le spese erano a carico delle Stato e che saremmo stati rimborsati. Magari un giorno lo saremo, ma fino ad ora non abbiamo visto un soldo. E sinceramente non ci interessa nemmeno più di tanto, l'importante che non ci cerchino più».

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