Il Tirreno

«È quello che mi aspettavo Ma in appello sarà diverso»

«È quello che mi aspettavo Ma in appello sarà diverso»

L’avvocato Di Martino vuole leggere le motivazioni e poi impugnerà la condanna In aula ha provato a smontare la premeditazione: «Era ossessionato dall’Arma»

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MASSA . «Non sono soddisfatto, ma me lo aspettavo che la corte territoriale pronunciasse la parola ergastolo. Leggeremo le motivazioni e sicuramente faremo appello, credo che a Genova avremo più possibilità di dimostrare che è stato un tragico incidente e che il mio cliente non voleva uccidere». A parlare è Enrico Di Martino, il legale di Roberto Vignozzi, l’ex portalettere condannato all’ergastolo per l’omicidio del maresciallo Antonio Taibi. Ma prima di pensare all’appello ci sono da leggere le motivazioni, che verranno depositate tra novanta giorni.

L’avvocato ci ha provato con la sua arringa a convincere la corte di assise, ma non ha fatto breccia. «Non è stato un delitto premeditato, non è stato neppure un gesto volontario: Roberto Vignozzi deve essere condannato per omicidio preterintenzionale (non voleva uccidere ma è successo) e soprattutto non bisogna contestargli le aggravanti elencate dal pubblico ministero (motivi futili e abietti) ma concedergli le attenuanti generiche. L’imputato merita una pena di giustizia, non l’ergastolo come vuole l’accusa». Aveva concluso così Di Martino. In mattinata aveva impiegato due ore per tentare di smontare pezzo dopo pezzo la ricostruzione fatta dal sostituto procuratore Alberto Dello Iacono nella scorsa udienza, per non fare pronunciare quel “fine pena mai” alla giuria. Il legale è partito dall’anno 2007 per dimostrare la sua tesi: il maresciallo Taibi era diventato un’ossessione nella «testa malata» del pensionato, «perché il sottufficiale nella vita di questa famiglia difficile, con due figli scapestrati, è entrato soltanto una volta per fare una perquisizione in casa e sequestrare un minimo quantitativo di hashish che Riccardo Vignozzi, primogenito del postino, nascondeva perché era diventato dipendente dalle sostanze stupefacenti. Poi Taibi non ha più avuto nulla a che fare con i Vignozzi. Nemmeno quando Riccardo viene arrestato pochi mesi dopo per aver ceduto 500 pasticche di ecstasy a un’altra persona. Per quella vicenda il ragazzo ha pagato, se ne è assunto le responsabilità scontando tre anni e sei mesi di carcere. Eppure il padre si era convinto che era stato Taibi a incastrarlo, insieme al brigadiere Caria, proponendogli di dare una mano agli inquirenti in un’indagine delicata sul narcotraffico.

L’avvocato Di Martino ha negato che il suo assistito si sia recato altre volte in via Monterosso, dove abitava il sottufficiale che ha assassinato. «Mai, non è mai andato in quella strada. Soltanto quella maledetta mattina del 27 gennaio. E non c’è andato, nonostante avesse con sé una pistola, per uccidere, ma per avere una dichiarazione di responsabilità di Taibi, voleva nella sua follia che il militare dicesse che quello sfacelo familiare era anche colpa sua. Quando ha ricevuto il rifiuto ha perso il controllo e nel tentativo di mostrare la pistola a Taibi l’ha estratta dalla tasca del giubbotto ed è partito un colpo. Il colpo mortale che ha freddato quello che era diventato la sua ossessione. Ma non voleva, è stata una disgrazia». (d.d.)

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