Finanza
Cinquecento pasticche di morte
Il primo arresto del figlio per l’ecstasy è diventato il movente del delitto
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CARRARA. Il maresciallo Antonio Taibi, il carabiniere freddato davanti al portone di casa dall’ex portalettere, aveva denunciato Riccardo Vignozzi nel 2007, quando lavorava nel reparto operativo di Carrara. Era la prima volta che il sottufficiale incrociava il figlio di quello che nove anni dopo sarebbe diventato il suo assassino. Un sequestro di hashish. Non una quantità eccessiva, per questo non scattarono le manette. Riccardo, in arte Diabolik per le acrobazie che faceva quando entrava nelle case e nelle scuole per fare i furti con cui pagarsi la dose giornaliera, in carcere però ci andò lo stesso poche settimane dopo per un giro di droga impressionante che fu scoperto grazie alla collaborazione tra l’Arma e la squadra mobile. Vignozzi jr era stato trovato con cinquecento pasticche di ecstasy. Taibi e i suoi colleghi erano risaliti al resto della banda. Gente scaltra, tanto che due degli indagati - una giovane coppia carrarese (lui e lei entrambi incensurati) - era volata in Marocco con un charter per rifornirsi di stupefacenti. La scusa era quella di una settimana di vacanza. In realtà erano andati a prendere l’hashish: 151 ovuli (61 li aveva ingoiati lui e 90 lei).
«Non era stato facile ricostruire tutti quei collegamenti - aveva spiegato il sostituto procuratore Federico Manotti al Tirreno nei giorni successivi all’omicidio -. Ma ricordo perfettamente che Taibi fu decisivo soprattutto nell’individuazione del figlio dell’uomo che poi lo ha ucciso. Non era un piccolo spacciatore perché cinquecento pasticche era un numero considerevole. I carabinieri su mio input avevano voluto approfondire la comparsa a Carrara dell’ecstasy. E l’arresto di Riccardo Vignozzi fu il primo tassello di un’operazione che per un po’ di tempo allontanò quel tipo di droga dalla provincia apuana». Parole che Roberto Vignozzi, il killer, ha letto sul nostro giornale, tanto da prendersi la briga di risalire all’indirizzo di casa del pm e scrivergli una lettera (mai arrivata a destinazione perché sulla busta c’era scritto soltanto il nome del destinatario e la città). Dopo il fermo di Vignozzi jr si erano aperte le porte dei carceri di Spezia, Livorno e Avellino per sei persone: due 24enni, Gabriele Milanta e Matteo Maggiani, entrambi carraresi, Moris Lori, 28 anni, residente a Ortonovo e Andrea Mosti, 32 anni di Carrara. Ed erano stati arrestati anche Maurizio Marrone, all’epoca trentenne di Avellino ma residente a Carrara, e Felice Dario Manna, di Monteforte Irpino. Secondo il padre di Riccardo, Roberto, quelle 500 pasticche al figlio le aveva date Taibi. «Era uno che rapinava i pusher, poteva fare questo è altro», ha ribadito in aula condannandosi lui stesso all’ergastolo.
«Non era stato facile ricostruire tutti quei collegamenti - aveva spiegato il sostituto procuratore Federico Manotti al Tirreno nei giorni successivi all’omicidio -. Ma ricordo perfettamente che Taibi fu decisivo soprattutto nell’individuazione del figlio dell’uomo che poi lo ha ucciso. Non era un piccolo spacciatore perché cinquecento pasticche era un numero considerevole. I carabinieri su mio input avevano voluto approfondire la comparsa a Carrara dell’ecstasy. E l’arresto di Riccardo Vignozzi fu il primo tassello di un’operazione che per un po’ di tempo allontanò quel tipo di droga dalla provincia apuana». Parole che Roberto Vignozzi, il killer, ha letto sul nostro giornale, tanto da prendersi la briga di risalire all’indirizzo di casa del pm e scrivergli una lettera (mai arrivata a destinazione perché sulla busta c’era scritto soltanto il nome del destinatario e la città). Dopo il fermo di Vignozzi jr si erano aperte le porte dei carceri di Spezia, Livorno e Avellino per sei persone: due 24enni, Gabriele Milanta e Matteo Maggiani, entrambi carraresi, Moris Lori, 28 anni, residente a Ortonovo e Andrea Mosti, 32 anni di Carrara. Ed erano stati arrestati anche Maurizio Marrone, all’epoca trentenne di Avellino ma residente a Carrara, e Felice Dario Manna, di Monteforte Irpino. Secondo il padre di Riccardo, Roberto, quelle 500 pasticche al figlio le aveva date Taibi. «Era uno che rapinava i pusher, poteva fare questo è altro», ha ribadito in aula condannandosi lui stesso all’ergastolo.
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