Sicurezza
Massa
«Rifiuti speciali pericolosi, tossici e cancerogeni»
di Manuela D’Angelo
La discarica in via dei Limoni sta lì dal 1978: un contenzioso tra privati porta alla luce un dossier, con le ultime analisi, finito in Procura e al Ministero
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MASSA. Che in via dei Limoni, località Tinelli, zona industriale, all’interno di una vecchia area di proprietà del Comune, ci fosse una discarica interrata è cosa nota. Sta lì, legittimamente, dal 1978, 80 metri cubi totali, a 12 metri di profondità, creata dalla ditta Langione, che lavorava per Asmiu e che vi sotterrò i suoi rifiuti solidi urbani.
Quello che nessuno sapeva, però, fino ad oggi, è che al suo interno ci sono “rifiuti speciali pericolosi con tossicità acuta e cancerogeni”. A dirlo è una perizia fatta realizzare dalla O.e.r.k S.n.c., società che ha intrapreso un contenzioso per l’acquisizione del terreno. Il dossier, in 144 pagine dettagliate, con tabelle e descrizione della tipologia dei rifiuti, oggi scotta nelle mani della Procura della Repubblica di Massa Carrara, del Ministero dell’Ambiente, Prefettura, Regione Toscana, Asl e Arpat.
A renderlo pubblico è stato il presidente della commissione Ambiente del Comune Nicola Cavazzuti, durante l’ultima riunione, a cui hanno partecipato anche il dirigente Fabio Mercadante e il geologo Simone Fialdini.
La storia della discarica. Il Comune di Massa vende il terreno nel 1984 ad un privato, specificando che conteneva una discarica, che in due delibere, una del 1980 e una del 1983, definisce “discarica controllata”. Chi acquistò quel terreno, in pratica, sapeva cosa andava a comprare. Su tutta l’area, anche quella circostante, negli anni sono sorte numerose attività di tipo commerciale, tutt’oggi esistenti. A cavallo tra il 2015 e il 2016 iniziano le trattative per l’acquisizione del terreno da parte di O.e.r.k, ma i due privati finiscono in tribunale, perché nel rogito non risulta l’esistenza della discarica: O.e.r.k lo scopre nel 2016, quando viene aggiornato e pubblicato lo studio Piccinini sulle discariche e depositi di origine antropica. La O.e.r.k si vuole quindi tirare indietro dall’affare, commissiona la caratterizzazione del terreno, per portare le carte in tribunale e chiede la restituzione dell’anticipo, pagato, sostiene, per comprare un terreno che riteneva “pulito”.
Il dossier. Questa parte della vicenda, relativa alla causa tra privati, oggi rimane marginale: il problema è cosa sia emerso dalla perizia. Tra i 2,5 metri e i 10 metri sono stati interrati “rifiuti non pericolosi”, ma tra i 10 metri e i 10,40 metri si trovano “Rifiuti speciali pericolosi per tossicità acuta (Hp6) e per ecotossicità (Hè14)”, “Contaminanti tossici e cancerogeni in concentrazione superiore ai limiti di guardia” e “Gas infiammabile ed esplosivo asfissiante, superiori ai limiti di guardia”. Ammoniaca (13 mg/l) 26 volte superiore al limite; manganese (425,2 mg/l) 8,5 volte superiore; ferro (5960 mg/l) 30 volte superiore al limite; benzoperilene (0,433 mg/l) 43 volte superiore, benzo(a)pirene (0,529 mg/l) 53 volte superiore e infine metano con una percentuale del 3%, quando il limite massimo per la salute dei lavoratori è 1%. Spuntano anche imballaggi derivanti da attività sanitaria della Asl di Torino (vedi foto). Nella relazione, inoltre, c’è scritto che “Non è presente alcun sistema di impermeabilizzazione tra i rifiuti e che quindi il percolato può raggiungere la falda senza subire processi di attenuazione”. A 200 metri ci sono i pozzi di prelievo di Gaia S.p.a, dalle cui analisi, presentate al Comune ad aprile scorso, risulta che non sussistono problemi di inquinamento della falda in quel punto.
La risposta di Arapat. Con un documento ufficiale, dopo aver preso atto del dossier sulla discarica di via dei Limoni, Arpat scrive a Procura, Prefettura, Comune, Regione e Asl: “Il sito- scrive- risultava escluso dai siti da bonificare in base al piano regionale del 1993; nel successivo censimento, con delibera del 1999, la Regione decide di recuperarlo e di inserirlo nel Piano provinciale di bonifica delle aree inquinate, per mantenerne una memoria storica”. “Questo- continua Arpat- comporta obblighi ben precisi per la verifica di compatibilità del sito e per consentire le azioni di verifica da parte dei soggetti interessati che, nel caso, dovranno attivare le procedure ai sensi della legislazione vigente”. “Opportuno- quindi- attivare ulteriori indagini e verificare la compatibilità con futuri interventi di sviluppo edilizio”.
Insomma, il fungo velenoso è cresciuto, in 40 anni, sotto gli occhi di tutti, ma nessuno se ne è mai accorto.
La risposta del Comune. Il dirigente Fabio Mercadante conosceva bene sia il dossier, sia la lettera di Arpat: conferma la storia della discarica di via dei Limoni e, giustamente, si rifà agli studi in possesso del Comune e alle analisi di Gaia, che hanno sempre scongiurato pericoli. «Vero è- svela Mercadante- che, sollecitati da numerose segnalazioni, avevamo chiesto, dopo il 2016, all’amministrazione comunale, di poter effettuare una nuova indagine sulla falda, ma occorreva una variazione di bilancio, consistente, che non è mai stata apportata, neanche nell’ultimo bilancio di previsione 2017»
Quello che nessuno sapeva, però, fino ad oggi, è che al suo interno ci sono “rifiuti speciali pericolosi con tossicità acuta e cancerogeni”. A dirlo è una perizia fatta realizzare dalla O.e.r.k S.n.c., società che ha intrapreso un contenzioso per l’acquisizione del terreno. Il dossier, in 144 pagine dettagliate, con tabelle e descrizione della tipologia dei rifiuti, oggi scotta nelle mani della Procura della Repubblica di Massa Carrara, del Ministero dell’Ambiente, Prefettura, Regione Toscana, Asl e Arpat.
A renderlo pubblico è stato il presidente della commissione Ambiente del Comune Nicola Cavazzuti, durante l’ultima riunione, a cui hanno partecipato anche il dirigente Fabio Mercadante e il geologo Simone Fialdini.
La storia della discarica. Il Comune di Massa vende il terreno nel 1984 ad un privato, specificando che conteneva una discarica, che in due delibere, una del 1980 e una del 1983, definisce “discarica controllata”. Chi acquistò quel terreno, in pratica, sapeva cosa andava a comprare. Su tutta l’area, anche quella circostante, negli anni sono sorte numerose attività di tipo commerciale, tutt’oggi esistenti. A cavallo tra il 2015 e il 2016 iniziano le trattative per l’acquisizione del terreno da parte di O.e.r.k, ma i due privati finiscono in tribunale, perché nel rogito non risulta l’esistenza della discarica: O.e.r.k lo scopre nel 2016, quando viene aggiornato e pubblicato lo studio Piccinini sulle discariche e depositi di origine antropica. La O.e.r.k si vuole quindi tirare indietro dall’affare, commissiona la caratterizzazione del terreno, per portare le carte in tribunale e chiede la restituzione dell’anticipo, pagato, sostiene, per comprare un terreno che riteneva “pulito”.
Il dossier. Questa parte della vicenda, relativa alla causa tra privati, oggi rimane marginale: il problema è cosa sia emerso dalla perizia. Tra i 2,5 metri e i 10 metri sono stati interrati “rifiuti non pericolosi”, ma tra i 10 metri e i 10,40 metri si trovano “Rifiuti speciali pericolosi per tossicità acuta (Hp6) e per ecotossicità (Hè14)”, “Contaminanti tossici e cancerogeni in concentrazione superiore ai limiti di guardia” e “Gas infiammabile ed esplosivo asfissiante, superiori ai limiti di guardia”. Ammoniaca (13 mg/l) 26 volte superiore al limite; manganese (425,2 mg/l) 8,5 volte superiore; ferro (5960 mg/l) 30 volte superiore al limite; benzoperilene (0,433 mg/l) 43 volte superiore, benzo(a)pirene (0,529 mg/l) 53 volte superiore e infine metano con una percentuale del 3%, quando il limite massimo per la salute dei lavoratori è 1%. Spuntano anche imballaggi derivanti da attività sanitaria della Asl di Torino (vedi foto). Nella relazione, inoltre, c’è scritto che “Non è presente alcun sistema di impermeabilizzazione tra i rifiuti e che quindi il percolato può raggiungere la falda senza subire processi di attenuazione”. A 200 metri ci sono i pozzi di prelievo di Gaia S.p.a, dalle cui analisi, presentate al Comune ad aprile scorso, risulta che non sussistono problemi di inquinamento della falda in quel punto.
La risposta di Arapat. Con un documento ufficiale, dopo aver preso atto del dossier sulla discarica di via dei Limoni, Arpat scrive a Procura, Prefettura, Comune, Regione e Asl: “Il sito- scrive- risultava escluso dai siti da bonificare in base al piano regionale del 1993; nel successivo censimento, con delibera del 1999, la Regione decide di recuperarlo e di inserirlo nel Piano provinciale di bonifica delle aree inquinate, per mantenerne una memoria storica”. “Questo- continua Arpat- comporta obblighi ben precisi per la verifica di compatibilità del sito e per consentire le azioni di verifica da parte dei soggetti interessati che, nel caso, dovranno attivare le procedure ai sensi della legislazione vigente”. “Opportuno- quindi- attivare ulteriori indagini e verificare la compatibilità con futuri interventi di sviluppo edilizio”.
Insomma, il fungo velenoso è cresciuto, in 40 anni, sotto gli occhi di tutti, ma nessuno se ne è mai accorto.
La risposta del Comune. Il dirigente Fabio Mercadante conosceva bene sia il dossier, sia la lettera di Arpat: conferma la storia della discarica di via dei Limoni e, giustamente, si rifà agli studi in possesso del Comune e alle analisi di Gaia, che hanno sempre scongiurato pericoli. «Vero è- svela Mercadante- che, sollecitati da numerose segnalazioni, avevamo chiesto, dopo il 2016, all’amministrazione comunale, di poter effettuare una nuova indagine sulla falda, ma occorreva una variazione di bilancio, consistente, che non è mai stata apportata, neanche nell’ultimo bilancio di previsione 2017»
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