Sicurezza
«Chiedo scusa a tutti ma è stata soltanto una lite padre-figlio»
Parla la sorella e figlia dei protagonisti dei fatti di Padre Pio che ringrazia i carabinieri: bravi, professionali ed efficienti
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AULLA. Parla la sorella di Hassan, il ragazzo originario del Marocco protagonista della gazzarra avvenuta con il padre mercoledì scorso alla scalinata Padre Pio. La giovane lavora da 17 anni in una tabaccheria del centro, ed è quindi conosciuta da tanti, ma chiede che il suo nome non appaia sul Tirreno. La ragazza condanna il comportamento del fratello e ringrazia i carabinieri intervenuti. Ma cerca anche di gettare acqua sul fuoco di una situazione che si è fatta incandescente ad Aulla. Ecco la lettera, quasi una lettera aperta, con cui riporta la sua versione dei fatti.
«Sono enormemente dispiaciuta per quanto successo e, a nome della mia famiglia, mi scuso con chiunque si sia trovato a subire lo spettacolo indecoroso inscenato da mio fratello. Credo sia opportuno, tuttavia, precisare quanto realmente successo quel giorno. Ho letto tante diverse verità, ognuna presa per oro colato e riverberata nei bar e nelle bocche della gente. Da ultimo, quella meno lontana dalla realtà, è quella che parla di faida famigliare. Ebbene, si trattava di un semplice diverbio fra mio padre e mio fratello, iniziato nell’abitazione dei miei genitori, che costringeva mio padre, esasperato da alcuni atteggiamenti, a seguire Hassan dalla propria casa fino alla scalinata Padre Pio, al fine di ottenere rispetto e la restituzione di alcuni oggetti molto cari alla mia famiglia. L’oggetto che mio padre impugnava (prima un machete, poi un falcino ecc...) era, in realtà, un pezzo di ferro preso in casa e che aveva continuato a portare con sé per affrontare mio fratello, non certo per colpirlo o per fargli del male. È suo figlio! Né tanto meno per fare del male a chicchessia. Nonostante tale realtà dei fatti, che senz’altro consente di ridimensionare la vicenda e ricondurla ad una brutta lite famigliare, non mi sento di poter giustificare né mio padre né mio fratello, che subiranno le conseguenze dei loro gesti. Parimenti, posto che Hassan è stato ricoverato al Noa, solo se sarà disposto a sottoporsi alle cure necessarie, otterrà l’appoggio mio e della sua famiglia; diversamente prenderemo le opportune distanze, così come già si è verificato prima di questo episodio».
Questo chiarimento, prosgue la giovane «mi sembrava doveroso in un momento così critico per la nostra comunità, in cui le persone sentono sempre più minata la loro sicurezza anche a causa di un’errata interpretazione di episodi come quello di mercoledì, che, lungi dal costituire un reale pericolo per chiunque, al pari di altri italianissimi alterchi cui assisto da anni, senz’altro ha impressionato gli spettatori». Infine, la sorella di Hassan ringrazia, anche da parte della famiglia, i Carabinieri, «perché solo grazie ad un lavoro di misurata e competente intermediazione sono riusciti a risolvere la situazione prima che mio fratello potesse farsi male o farne a mio padre. Questo esempio di professionalità ed efficienza mi fa sentire tutelata, dopo i recenti fatti che avrebbero coinvolto altri carabinieri, sia come cittadina, pensando che la tutela della mia sicurezza è in mani competenti, sia come parte in causa, poiché, nonostante mio fratello abbia sfidato gli operanti dando il peggio di sé, questi hanno saputo contenere la situazione senza rispondere alle provocazioni e senza cedere all’istinto, agendo in conformità al proprio ruolo di tutori della legge, secondo i parametri dello Stato di diritto in cui viviamo».
Gianluca Uberti
«Sono enormemente dispiaciuta per quanto successo e, a nome della mia famiglia, mi scuso con chiunque si sia trovato a subire lo spettacolo indecoroso inscenato da mio fratello. Credo sia opportuno, tuttavia, precisare quanto realmente successo quel giorno. Ho letto tante diverse verità, ognuna presa per oro colato e riverberata nei bar e nelle bocche della gente. Da ultimo, quella meno lontana dalla realtà, è quella che parla di faida famigliare. Ebbene, si trattava di un semplice diverbio fra mio padre e mio fratello, iniziato nell’abitazione dei miei genitori, che costringeva mio padre, esasperato da alcuni atteggiamenti, a seguire Hassan dalla propria casa fino alla scalinata Padre Pio, al fine di ottenere rispetto e la restituzione di alcuni oggetti molto cari alla mia famiglia. L’oggetto che mio padre impugnava (prima un machete, poi un falcino ecc...) era, in realtà, un pezzo di ferro preso in casa e che aveva continuato a portare con sé per affrontare mio fratello, non certo per colpirlo o per fargli del male. È suo figlio! Né tanto meno per fare del male a chicchessia. Nonostante tale realtà dei fatti, che senz’altro consente di ridimensionare la vicenda e ricondurla ad una brutta lite famigliare, non mi sento di poter giustificare né mio padre né mio fratello, che subiranno le conseguenze dei loro gesti. Parimenti, posto che Hassan è stato ricoverato al Noa, solo se sarà disposto a sottoporsi alle cure necessarie, otterrà l’appoggio mio e della sua famiglia; diversamente prenderemo le opportune distanze, così come già si è verificato prima di questo episodio».
Questo chiarimento, prosgue la giovane «mi sembrava doveroso in un momento così critico per la nostra comunità, in cui le persone sentono sempre più minata la loro sicurezza anche a causa di un’errata interpretazione di episodi come quello di mercoledì, che, lungi dal costituire un reale pericolo per chiunque, al pari di altri italianissimi alterchi cui assisto da anni, senz’altro ha impressionato gli spettatori». Infine, la sorella di Hassan ringrazia, anche da parte della famiglia, i Carabinieri, «perché solo grazie ad un lavoro di misurata e competente intermediazione sono riusciti a risolvere la situazione prima che mio fratello potesse farsi male o farne a mio padre. Questo esempio di professionalità ed efficienza mi fa sentire tutelata, dopo i recenti fatti che avrebbero coinvolto altri carabinieri, sia come cittadina, pensando che la tutela della mia sicurezza è in mani competenti, sia come parte in causa, poiché, nonostante mio fratello abbia sfidato gli operanti dando il peggio di sé, questi hanno saputo contenere la situazione senza rispondere alle provocazioni e senza cedere all’istinto, agendo in conformità al proprio ruolo di tutori della legge, secondo i parametri dello Stato di diritto in cui viviamo».
Gianluca Uberti
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