La manifestazione
Quando De Grazia indagò sulla nave dei veleni
Si intitola “Nel nome del popolo italiano” il docu- film con storie legate anche al porto di Carrara
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CARRARA. «Nel nome del popolo italiano”. Si intitola così la serie di 4 docu-film su Vittorio Occorsio, Piersanti Matterella, Marco Biagi e Natale De Grazia, che Rai 1 manderà in onda a settembre (il 4, 5, 6 e 7).
Sono le storie di quattro uomini di Stato che hanno sacrificato le loro vite per la difesa della democrazia e della legalità. In particolare, la tragica vicenda del capitano di fregata Natale De Grazia, ufficiale delle capitanerie di porto medaglia d’oro per meriti investigativi, morto avvelenato il 12 dicembre 1995, risulta strettamente legata alla nostra città e alle tristemente note “navi dei veleni”, almeno nove delle quali, tra il 1986 ed il 1988, salparono anche dal porto di Carrara, cariche di rifiuti tossici o radioattivi destinati al Terzo Mondo o affondate dolosamente nel Mediterraneo.
Il militare, infatti, su incarico della Procura di Reggio Calabria, stava indagando su questi traffici criminali ed aveva concentrato la sua attenzione soprattutto sul caso della motonave Rigel, cargo maltese appartenente all’armatore greco Georgios Papanicolau, partito da Carrara il 9 settembre 1987 ed affondato dolosamente dodici giorni dopo a Capo Spartivento, 20 miglia a sud di Reggio Calabria.
Sembra che questo bastimento, il cui equipaggio si dileguò dopo l’affondamento, trasportasse anche scorie nucleari, ma alla partenza da Carrara il suo carico non fu mai ispezionato, grazie alla corruzione della funzionaria doganale incaricata.
Le sostanze radioattive sarebbero state occultate sotto 1. 700 tonnellate di granulato di marmo e 60 container riempiti con blocchi di cemento.
Materiali che, oltre a nascondere i rifiuti tossici in caso di ispezioni, schermandone le radiazioni, avrebbero agevolato l’affondamento della nave, grazie al loro peso.
Questo è confermato dai verbali di deposizione di due lavoratori che avevano preparato il carico stesso, interrogati il 28 gennaio 1988 dall’allora giudice istruttore di La Spezia Maria Cristina Failla, oggi presidente del tribunale di Massa-Carrara.
Per appurare se la Rigel trasportava veramente materiale radioattivo, dunque, sarebbe sufficiente controllare le attuali condizioni di salute di questi due operai, le cui generalità sono note da tempo. Il capitano De Grazia morì improvvisamente a Nocera Inferiore, a 39 anni non ancora compiuti, dopo aver mangiato in un autogrill sulla Salerno-Reggio Calabria.
L’investigatore, insieme a due carabinieri, si stava recando a La Spezia, dove avrebbe dovuto raccogliere la testimonianza di un membro dell’equipaggio della Rigel, che lui era riuscito a rintracciare. I tre militari mangiarono tutti gli stessi cibi, eccetto una fetta di torta, che per De Grazia risultò letale.
Lo Stato per anni non ha voluto riconoscere che egli fosse caduto in servizio. L’autopsia, infatti, stabilì che il militare aveva un cuore debole e che la sua morte era da imputare a cause naturali.
Per riconoscerlo ufficialmente come “vittima del dovere” ci sono voluti ben 18 anni. Dopo la morte di De Grazia, Francesco Neri, sostituto procuratore di Reggio Calabria e suo grande amico, ordinò di andare a prendere le carte dell’investigatore, rimaste alla Capitaneria di porto di Marina di Carrara e contenenti i piani di carico di ben 185 imbarcazioni, salpate da Carrara, La Spezia e Livorno, triangolo strategico da cui partivano le navi della morte.
L’edificio, però, si allagò durante l’alluvione del 1996 e tutti documenti andarono distrutti.
David Chiappuella
©RIPRODUZIONE RISERVATA .
Sono le storie di quattro uomini di Stato che hanno sacrificato le loro vite per la difesa della democrazia e della legalità. In particolare, la tragica vicenda del capitano di fregata Natale De Grazia, ufficiale delle capitanerie di porto medaglia d’oro per meriti investigativi, morto avvelenato il 12 dicembre 1995, risulta strettamente legata alla nostra città e alle tristemente note “navi dei veleni”, almeno nove delle quali, tra il 1986 ed il 1988, salparono anche dal porto di Carrara, cariche di rifiuti tossici o radioattivi destinati al Terzo Mondo o affondate dolosamente nel Mediterraneo.
Il militare, infatti, su incarico della Procura di Reggio Calabria, stava indagando su questi traffici criminali ed aveva concentrato la sua attenzione soprattutto sul caso della motonave Rigel, cargo maltese appartenente all’armatore greco Georgios Papanicolau, partito da Carrara il 9 settembre 1987 ed affondato dolosamente dodici giorni dopo a Capo Spartivento, 20 miglia a sud di Reggio Calabria.
Sembra che questo bastimento, il cui equipaggio si dileguò dopo l’affondamento, trasportasse anche scorie nucleari, ma alla partenza da Carrara il suo carico non fu mai ispezionato, grazie alla corruzione della funzionaria doganale incaricata.
Le sostanze radioattive sarebbero state occultate sotto 1. 700 tonnellate di granulato di marmo e 60 container riempiti con blocchi di cemento.
Materiali che, oltre a nascondere i rifiuti tossici in caso di ispezioni, schermandone le radiazioni, avrebbero agevolato l’affondamento della nave, grazie al loro peso.
Questo è confermato dai verbali di deposizione di due lavoratori che avevano preparato il carico stesso, interrogati il 28 gennaio 1988 dall’allora giudice istruttore di La Spezia Maria Cristina Failla, oggi presidente del tribunale di Massa-Carrara.
Per appurare se la Rigel trasportava veramente materiale radioattivo, dunque, sarebbe sufficiente controllare le attuali condizioni di salute di questi due operai, le cui generalità sono note da tempo. Il capitano De Grazia morì improvvisamente a Nocera Inferiore, a 39 anni non ancora compiuti, dopo aver mangiato in un autogrill sulla Salerno-Reggio Calabria.
L’investigatore, insieme a due carabinieri, si stava recando a La Spezia, dove avrebbe dovuto raccogliere la testimonianza di un membro dell’equipaggio della Rigel, che lui era riuscito a rintracciare. I tre militari mangiarono tutti gli stessi cibi, eccetto una fetta di torta, che per De Grazia risultò letale.
Lo Stato per anni non ha voluto riconoscere che egli fosse caduto in servizio. L’autopsia, infatti, stabilì che il militare aveva un cuore debole e che la sua morte era da imputare a cause naturali.
Per riconoscerlo ufficialmente come “vittima del dovere” ci sono voluti ben 18 anni. Dopo la morte di De Grazia, Francesco Neri, sostituto procuratore di Reggio Calabria e suo grande amico, ordinò di andare a prendere le carte dell’investigatore, rimaste alla Capitaneria di porto di Marina di Carrara e contenenti i piani di carico di ben 185 imbarcazioni, salpate da Carrara, La Spezia e Livorno, triangolo strategico da cui partivano le navi della morte.
L’edificio, però, si allagò durante l’alluvione del 1996 e tutti documenti andarono distrutti.
David Chiappuella
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