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Undicimila euro per i boss della Stidda nelle apuane

Undicimila euro per i boss della Stidda nelle apuane

Infiltrazioni mafiose sul territorio, la Dda indaga su Bartolomeo Monachello. Era stato assunto da una ditta che lavorava in subappalto per il Nuovo Pignone

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MASSA-CARRARA. Ha versato undicimila euro: mille euro al mese, per undici mesi. Poi il titolare della ditta, la Soces srl, Cristoforo Palmieri, ha deciso di dire basta e ha chiamato la squadra mobile di Massa, che già stata indagando sull’incendio (doloso) di alcuni mezzi appartenenti alla sua società. E ha raccontato che era vittima di un’estorsione da parte di un suo dipendente che batteva cassa dicendo che quei soldi servivano a mantenere gli affiliati alla Stidda nissena. Una cosca mafiosa che si sta facendo largo da qualche anno a questa parte. A quanto parte non solo in Sicilia. Bartolomeo Monachella, 42 anni, aveva detto al suo datore di lavoro di appartenere al mandamento di Gela e di non essere disposto a fare sconti perché doveva rispondere di quelle somme personalmente davanti ai boss. Uno di questi era il fratello Gaetano, personaggio conosciuto dall’antimafia di Caltanissetta.
La trattativa che ha portato all’estorsione, alle minacce e agli attentati veri e propri, si è consumata ai piedi delle Apuane. Perché la Soces, sede legale a Gela, aveva in subappalto un lavoro alla Nuovo Pignone. E Monachella era a libro paga della ditta nissena. Solo a libro paga, visto che non faceva nulla. Anzi se i superiori, o il titolare stesso, gli affidavano una mansione dopo poco scattava la sua ritorsione. Il cantiere ha subito diversi danneggiamenti rimasti senza colpevole. E che sono stati oggetto d’indagine.
Dopo la denuncia di Palmieri, appurato lo stampo mafioso, la squadra mobile ha chiesto l’intervento della Dda di Genova e il fascicolo è passato nelle mani del sostituto procuratore Federico Manotti. Che ha contestato a Monachella l’estorsione perché «avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo della organizzazione denominata Stidda operante nel territorio di Gela» ha costretto il datore di lavoro a consegnargli mille euro in più al mese. Manotti al finto operaio ha contestato anche le aggravanti del 416 bis del codice penale. Ovvero l’associazione di stampo mafioso.
L’inchiesta la Direzione distrettuale di Genova, almeno per il filone che si limita all’estorsione, l’ha chiusa nei giorni scorsi. E il pubblico ministero si appresta a chiedere il rinvio a giudizio dell’indagato. Che nel frattempo ha nominato un avvocato di fiducia. Ma la Dda non si ferma qui. Perché quello che è successo viene ritenuto di estrema gravità. Al Nuovo Pignone per quasi un anno ha lavorato una ditta che aveva tra i suoi dipendenti - fino a prova contraria - l’appartenente a una cosca mafiosa. Pericolosa. Per capirlo basta leggere le cronache. Perché è stato assunto? Il capo della squadra mobile, Antonio Dulvi Corcione, ha preso contatti con i colleghi di Caltanissetta per farsi un’idea di che tipo fosse Monachella. Nessun precedente specifico ma comunque un personaggio da tenere sotto controllo, visto che aveva un obbligo di soggiorno proprio per le sue frequentazioni malavitose. Il sospetto è che l’imprenditore lo avesse assunto su specifica richiesta degli stiddari gelesi, ma che poi lui se ne sia approfittato e invece di lavorare come aveva promesso si era messo a comandare. E oltre a percepire uno stipendio senza fare nulla per undici mesi ha preteso mille euro in più fuori busta per aiutare gli affiliati alla cosca finiti nelle mani della giustizia. La domanda a cui la Dda deve dare risposta è perché a Massa? Ma la riposta potrebbe essere inquietante.
Danilo D’Anna

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