Italia
Secondo “Repubblica” fu la Magliana
L’omicidio di Alberto Dazzi è uno dei grandi misteri irrisolti di Carrara. Tre anni fa fu la coppia di blogger d'inchiesta Pier Paolo Santi e Francesco Sinatti a chiedere su "Inchiostro scomodo" la...
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L’omicidio di Alberto Dazzi è uno dei grandi misteri irrisolti di Carrara. Tre anni fa fu la coppia di blogger d'inchiesta Pier Paolo Santi e Francesco Sinatti a chiedere su "Inchiostro scomodo" la riapertura dell'inchiesta. Le modalità dell'attentato portarono anche alla pista della mafia ma, come spieghiamo a parte, nonostante l'impegno del pm Augusto Lama e del procuratore Duino Ceschi l'indagine si concluderà con l'archiviazione. A detta di Santi e Sinatti, una pista potrebbe essere quella legata al fatto che Alberto Dazzi e soci avessero richiesto un finanziamento alle due principali organizzazioni criminali della zona fra Pisa e La Spezia. I cronisti ricordavano che vi erano le dichiarazioni di un super testimone, il quale ipotizzava l'esistenza di un accordo fra servizi segreti e uno dei clan, coinvolto nel traffico delle "navi dei veleni”. E chiedevano se non fosse da ritenere possibile che i rappresentanti di questo clan avessero ottenuto una "copertura" anche per il caso Dazzi. C'è da aggiungere che nel 1995, su Repubblica, uscì un articolo in cui si ipotizzava con forza che l'ingegner Dazzi fosse morto «perchè non aveva restituito i soldi presi in prestito dagli usurai della banda della Magliana. Lo avrebbe affermato - scriveva il giornalista - un pentito interrogato dai magistrati della Dda fiorentina Margherita Cassano e Silvia Della Monica. Secondo alcune indiscrezioni il pentito (la cui identità è coperta dal più rigoroso riserbo) - diceva Repubblica - avrebbe raccontato che Alberto Dazzi, socio della Caprice Srl, per poter ripianare i bilanci si sarebbe rivolto al trafficante di drogai Giuseppe Mignani per ottenere denaro. Mignani, condannato in via definitiva per traffico internazionale di stupefacenti e collegato ad uno dei boss più importanti della banda romana, Pietro Cannovale, detto "il Coniglio", avrebbe messo in contatto l'ingegnere carrarese con i membri della Magliana che si occupano di usura». Quel denaro non sarebbe stato restituito e perciò secondo quanto detto dal pentito, «la banda della Magliana ha pensato di eliminarlo: il messaggio doveva essere inequivocabile, perchè chi doveva pagare si affrettasse», aggiungeva "Repubblica".
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