Italia
La banda dei tappezzieri che colpiva gli anziani
di Libero Red Dolce
Faceva dei lavori in casa e poi con i complici svaligiava le case dove era stato Questo il quadro per la procura. I complici scoperti tramite le intercettazioni
2 MINUTI DI LETTURA
CARRARA. Una serie di furti in casa, un modo di agire sempre uguale e la scoperta che quelli che sembravano dei colpi slegati gli uni dagli altri erano invece opera di un gruppetto ben organizzato e che agiva come un vero e proprio “clan”.
Così li ha definiti infatti l’ispettore Giuseppe Uneddu: «il clan Cappè- Alim». Sono tre infatti gli imputati del processo cominciato ieri a Massa con l’accusa di furto: Andreino Cappè, tappezziere in pensione, Michael Alim e Brian Casadio. Secondo il quadro investigativo della procura infatti i tre avevano costituito una vera e propria banda che, dopo aver fatto dei lavori in casa di persone anziane, poi provvedeva a ripulire le abitazioni da preziosi e altri oggetti. Ma per ricostruire il quadro la polizia è dovuta ricorrere alle intercettazioni.
Tutto nasce dalla segnalazione di un furto della signora Rosalia Vatteroni, che proprio Cappé, tappezziere in pensione che faceva alcuni lavoretti, aveva accolto in casa sua nel novembre del 2013. Dopo il furto, nello stesso stabile ce n’erano stati altri due con le stesse modalità. E questo aveva messo sul chi va là gli investigatori che avevano fatto dei controlli che sembravano ricondurre a Cappé.
Le indagini durano fino a febbraio e a quel punto sono state chieste le intercettazioni e in più di una chiacchiera Cappè parla con sua moglie di un furto che è avvenuto il mese successivo, a marzo. La vittima stavolta è Paolo Garfagnini, derubato di gioielli e un pc per 15mila euro.
Una telefonata in particolare conferma gli inquirenti nei loro sospetti. Cappé infatti parla con un altro tappezziere, Alberto Pioppo, che durante il brano registrato dalla polizia si attiva con Cappé, come intermediario della famiglia Garfagnini, per recuperare il maltolto.
Gli altri due imputati emergono in un’altra telefonata di Cappé, che si ritrova a parlare con una donna che si scoprirà poi essere la madre di Michael Alim. Si parla di un braccialetto color argento e di una collana. E del ruolo di Cappè nel fare da palo durante il furto da Garfagnini. Mentre in altre intercettazioni Cappé parla con lo stesso Alim.
A Casadio si arriva invece in una telefonata tra lui e Alim in cui parlano «del vecchio che dopo il fermo dei carabinieri non si è più fatto vivo». Secondo gli inquirenti un riferimento a Cappè, fermato dai carabinieri qalche giorno prima della telefonata in un appuntamento per restituire quanto rubato da Garfagnini. E, nella sua macchina, trovano anche gli oggetti che erano stati rubati. Nelle prossime udienze saranno ascoltati gli altri testi dell’accusa.
Così li ha definiti infatti l’ispettore Giuseppe Uneddu: «il clan Cappè- Alim». Sono tre infatti gli imputati del processo cominciato ieri a Massa con l’accusa di furto: Andreino Cappè, tappezziere in pensione, Michael Alim e Brian Casadio. Secondo il quadro investigativo della procura infatti i tre avevano costituito una vera e propria banda che, dopo aver fatto dei lavori in casa di persone anziane, poi provvedeva a ripulire le abitazioni da preziosi e altri oggetti. Ma per ricostruire il quadro la polizia è dovuta ricorrere alle intercettazioni.
Tutto nasce dalla segnalazione di un furto della signora Rosalia Vatteroni, che proprio Cappé, tappezziere in pensione che faceva alcuni lavoretti, aveva accolto in casa sua nel novembre del 2013. Dopo il furto, nello stesso stabile ce n’erano stati altri due con le stesse modalità. E questo aveva messo sul chi va là gli investigatori che avevano fatto dei controlli che sembravano ricondurre a Cappé.
Le indagini durano fino a febbraio e a quel punto sono state chieste le intercettazioni e in più di una chiacchiera Cappè parla con sua moglie di un furto che è avvenuto il mese successivo, a marzo. La vittima stavolta è Paolo Garfagnini, derubato di gioielli e un pc per 15mila euro.
Una telefonata in particolare conferma gli inquirenti nei loro sospetti. Cappé infatti parla con un altro tappezziere, Alberto Pioppo, che durante il brano registrato dalla polizia si attiva con Cappé, come intermediario della famiglia Garfagnini, per recuperare il maltolto.
Gli altri due imputati emergono in un’altra telefonata di Cappé, che si ritrova a parlare con una donna che si scoprirà poi essere la madre di Michael Alim. Si parla di un braccialetto color argento e di una collana. E del ruolo di Cappè nel fare da palo durante il furto da Garfagnini. Mentre in altre intercettazioni Cappé parla con lo stesso Alim.
A Casadio si arriva invece in una telefonata tra lui e Alim in cui parlano «del vecchio che dopo il fermo dei carabinieri non si è più fatto vivo». Secondo gli inquirenti un riferimento a Cappè, fermato dai carabinieri qalche giorno prima della telefonata in un appuntamento per restituire quanto rubato da Garfagnini. E, nella sua macchina, trovano anche gli oggetti che erano stati rubati. Nelle prossime udienze saranno ascoltati gli altri testi dell’accusa.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
