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Appropriazione indebita, avvocato nei guai
Sergio Lalli accusato di trattenere i risarcimenti di due clienti. In appello confermati 10 mesi di reclusione
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CARRARA. Nel dicembre del 2011 il noto avvocato Sergio Lalli era stato condannato a 10 mesi di reclusione per appropriazione indebita. Perché accusato di trattenere i risarcimenti ricevuti dai clienti, per ottenere parcelle più elevate. L’allora giudice (oggi sottosegretario della Giustizia) Cosimo Maria Ferri aveva emesso la sentenza di condanna per «appropriazione indebita, aggravata dall’esercizio della funzione professionale». Dieci di mesi di reclusione (pena sospesa e non menzione) e 600 euro di multa per il legale Sergio Lalli. A suo carico anche il risarcimento delle due parti civili costituitesi a processo.
L’avvocato Sergio Lalli rinunciò alla prescrizione e ricorse all’appello: la Corte di appello di Genova ha confermato la condanna a 10 mesi stabilendo anche il risarcimento di 5mila euro per ciascuna delle parti civili.
La vicenda parte da lontano, a denunciare l’avvocato Sergio Lalli (difeso dal legale Andrea Copello del foro di Genova) erano stati proprio due clienti: un’ex impiegata delle Poste Stefania Ravani, assistita dall’avvocato Pier Manlio Giacquinto del foro di La Spezia e il padre di un ragazzo vittima di un incidente stradale, Maurizio Corsi, rappresentato dall’avvocato Andrea Lazzari. La vicenda della spezzina Stefania Ravani risaliva all’estate del 2009. Voleva chiedere la riassunzione alle Poste e si rivolse a Sergio Lalli. La causa di lavoro, terminò con una vittoria su tutti i fronti. Ma l’assegno risarcitorio da 39mila euro, delle Poste, l’ex impiegata non l’ha mai visto. L’avvocato, secondo quanto lei stessa ha riferito in tribunale, disse che glielo avrebbe consegnato solo dopo il pagamento della sua parcella, di 9.586 euro. Da qui una battaglia. E l’assegno, non incassato, tornò nelle mani delle Poste. Non solo.
Stessa storia per il marmista di Carrara, Maurizio Corsi. Dopo una causa di 12 anni ebbe il risarcimento per un grave incidente stradale occorso al figlio minorenne. Ma quell’assegno di 36mila euro dell’assicurazione - così riferì nel corso del processo - non lo vide mai. Perché le spese legali erano di 5800 euro, l’avvocato ne chiese al suo cliente con la notula 24mila. E ad entrambi gli assistiti arrivarono i decreti ingiuntivi dell’avvocato. La vicenda si è chiusa nel 2011 in primo grado. Nei giorni scorsi la sentenza d’appello.
L’avvocato Sergio Lalli rinunciò alla prescrizione e ricorse all’appello: la Corte di appello di Genova ha confermato la condanna a 10 mesi stabilendo anche il risarcimento di 5mila euro per ciascuna delle parti civili.
La vicenda parte da lontano, a denunciare l’avvocato Sergio Lalli (difeso dal legale Andrea Copello del foro di Genova) erano stati proprio due clienti: un’ex impiegata delle Poste Stefania Ravani, assistita dall’avvocato Pier Manlio Giacquinto del foro di La Spezia e il padre di un ragazzo vittima di un incidente stradale, Maurizio Corsi, rappresentato dall’avvocato Andrea Lazzari. La vicenda della spezzina Stefania Ravani risaliva all’estate del 2009. Voleva chiedere la riassunzione alle Poste e si rivolse a Sergio Lalli. La causa di lavoro, terminò con una vittoria su tutti i fronti. Ma l’assegno risarcitorio da 39mila euro, delle Poste, l’ex impiegata non l’ha mai visto. L’avvocato, secondo quanto lei stessa ha riferito in tribunale, disse che glielo avrebbe consegnato solo dopo il pagamento della sua parcella, di 9.586 euro. Da qui una battaglia. E l’assegno, non incassato, tornò nelle mani delle Poste. Non solo.
Stessa storia per il marmista di Carrara, Maurizio Corsi. Dopo una causa di 12 anni ebbe il risarcimento per un grave incidente stradale occorso al figlio minorenne. Ma quell’assegno di 36mila euro dell’assicurazione - così riferì nel corso del processo - non lo vide mai. Perché le spese legali erano di 5800 euro, l’avvocato ne chiese al suo cliente con la notula 24mila. E ad entrambi gli assistiti arrivarono i decreti ingiuntivi dell’avvocato. La vicenda si è chiusa nel 2011 in primo grado. Nei giorni scorsi la sentenza d’appello.
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