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Aspettano risarcimento da più di due anni Ma il processo slitta

Aspettano risarcimento da più di due anni Ma il processo slitta

MASSA. Il giudice del tribunale di Massa ha riconosciuto che la morte della loro congiunta era dovuta ad alcuni errori medici. E ha stabilito un maxi risarcimento di un milione di euro per i parenti...

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MASSA. Il giudice del tribunale di Massa ha riconosciuto che la morte della loro congiunta era dovuta ad alcuni errori medici. E ha stabilito un maxi risarcimento di un milione di euro per i parenti più stretti. L’Asl apuana ha ammesso le colpe ma ha ritenuto che la cifra da riconoscere ai familiari della paziente deceduta fosse troppo alta e attraverso i suoi legali si è rivolta alla corte di appello di Genova, per il secondo grado di giudizio, sostenendo che il giusto compenso fosse di cinquecentomila euro per quella dolorosa perdita. Questo succedeva due anni fa. Il tempo che si è preso il tribunale per fissare l’udienza di secondo grado. Nonostante questo l’altro giorno il giudice non c’era e quindi tutto è slittato a novembre, altri sei mesi. Il magistrato era impegnato in un altro procedimento, ma nessuno si è preso la briga di verificare. Per lo sconforto delle parti civili e del legale che le rappresenta, l’avvocato Matteo Bertucci.
La vicenda è del 2006. La donna era morta l’antivigilia di Natale, dopo quasi un mese di ricovero nell’ospedale di Massa per un ascesso. Si era sentita male verso la fine di novembre. Non aveva ancora settanta anni ma era piena di acciacchi perché alle prese da trent'anni con il diabete mellito che la stava consumando a poco a poco. Si accorge di avere una piccola tumefazione a un gluteo che le impedisce di stare in piedi. E che le procura un lieve stato febbrile. Ne parla in famiglia e i figli e il nipote la portano all'ospedale di Carrara per farla visitare nel reparto di Nefrologia e dialisi. I dottori la guardano, ipotizzano si tratti di un ascesso cutaneo e la lasciano andare consigliandole di sentire un chirurgo. Così i suoi cari la portano a Massa per vedere se almeno lì avrebbero fatto qualcosa di più, dato che la situazione andava peggiorando. Lo specialista diagnostica un flemmone e decide di trattarlo con gli antibiotici. È il primo errore, quello che di lì a poco si porterà via la pensionata. Anche perché l'ascesso si estende verso la coscia. Il perito di parte ha detto chiaramente che un'incisione avrebbe permesso di drenare il liquido che andava ad accumularsi e a infiammare i tessuti e l'organismo. Fatto sta che sopravviene la sepsi e la povera signora non risponde più alle cure. La sottopongono a diciotto trasfusioni per ripulire quel sangue che ormai è diventato la casa di una colonia di batteri che le stanno succhiando via la vita. Perfino un paio di choc settici, davanti ai parenti che si davano il cambio attorno al suo capezzale nella speranza di un miracolo. Che non arriva, perché il 23 dicembre l'anziana non c'è più.

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