Finanza
«Giustizia per mio figlio nato morto»
di Alessandra Vivoli
Carrara, l’appello disperato di una giovane madre: quattro anni fa ho perso il mio bimbo, aspetto ancora che si faccia il processo
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CARRARA. «Io non chiedo altro che giustizia. Per me e per le madri che, me lo auguro con il cuore, non dovranno mai passare quello che ho passato io. Il mio bambino lo saluto ogni sera, ho la sua foto sul comodino, è il mio salvaschermo del cellulare. Ma l’ho potuto stringere fra le mie braccia solo pochi attimi. Il 6 maggio di quattro anni fa è venuto alla luce già morto».
Comincia così il racconto drammatico di una madre che festeggerà fra pochi giorni il compleanno del suo bambino, quel bambino che non ha visto crescere, che non spegnerà mai alcuna candelina e che lei pensa in ogni momento della sua vita. Quel figlio che, secondo la parrucchiera di Avenza protagonista di questa storia che non ha trovato un lieto fine, è morto per un caso di malasanità che lei stessa ha denunciato ma che, dopo una prima archiviazione, rischia di essere chiuso di nuovo: «Senza che nessuno paghi per quello che ha fatto, senza un processo».
La storia della giovane madre si è consumata nel maggio di quattro anni fa. «Avevo i dolori forti da qualche giorno ed ero al termine della gravidanza. Sono andata all’Opa mi hanno fatto il monitoraggio e una visita. Mi hanno rimandato a casa dicendo che andava tutto bene. Il giorno dopo non l’ho sentito più muovere: dopo due giorni il mio bambino è nato morto. Se mi avessero fatto un’ecografia avrebbero visto che aveva il cordone intorno al collo e a un piedino e l’avrebbero fatto subito venire al mondo».
La donna aveva dovuto partorire il suo bimbo già morto. E lo aveva voluto abbracciare, e seppellire in una piccola bara bianca al cimitero di Turigliano.
Poi era cominciata la sua battaglia, per avere giustizia. per capire se quel giorno, anziché mandarla via le avessero fatto l’ecografia, le cose potevano andare diversamente. Se potevano salvare il suo bambino.
Anche perché come ha raccontato la giovane madre non c’erano stai segnali che, durante tutti i nove mesi, avevano fatto presagire il peggio.
«Quindici giorni prima del parto, dall’ecografia il bambino era risultato podalico, ma dopo una settimana si era girato, quindi non ci sarebbe stata necessità del cesareo»: ricorda la donna. Poi, solo poco prima del parto sono cominciati i problemi.
Prima i dolori forti e le contrazioni. La corsa in ospedale (allora l’Opa) e il mancato ricovero. L’invito a tornare a casa e a fare una bella passeggiata per aiuta il parto. Ma per la giovane madre è cominciato l’incubo. Perché il giorno dopo del suo accesso all’Opa non ha sentito più muovere il bambino.
«All’inizio pensavo, o meglio speravo, che si fosse addormentato — ha continuato nel suo racconto — Non c’era nessun movimento. Ho deciso di andare all’Opa. Qui, dal monitoraggio hanno immediatamente avvertito che il battito del feto non si sentiva più. Mi hanno detto: “ci dispiace signora, il suo bambino è morto”».
Nella notte del 6 maggio di quattro anni fa poco dopo le 2 di notte, la donna ha partorito la sua creatura ormai priva di vita. E lo aveva voluto stringere fra le braccia, prima di fargli il funerale.
Poi aveva cominciato la sua battaglia giudiziaria. Il fascicolo sulla vicenda è stato archiviato e solo per la caparbietà della madre, riaperto.
Ma la documentazione richiesta per poter andare avanti non è ancora arrivata. E la vicenda, almeno dal punto di vista giudiziario, rischia di essere di nuovo chiusa.
«Io voglio solo che si faccia giustizia, voglio delle risposte perché io quella notte, quello che mi è successo prima e il volto del mio bambino non lo dimenticherà mai. E penso anche a tutte le donne, e madri che non possono vivere e soffrire quello che ho vissuto e sofferto io».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Comincia così il racconto drammatico di una madre che festeggerà fra pochi giorni il compleanno del suo bambino, quel bambino che non ha visto crescere, che non spegnerà mai alcuna candelina e che lei pensa in ogni momento della sua vita. Quel figlio che, secondo la parrucchiera di Avenza protagonista di questa storia che non ha trovato un lieto fine, è morto per un caso di malasanità che lei stessa ha denunciato ma che, dopo una prima archiviazione, rischia di essere chiuso di nuovo: «Senza che nessuno paghi per quello che ha fatto, senza un processo».
La storia della giovane madre si è consumata nel maggio di quattro anni fa. «Avevo i dolori forti da qualche giorno ed ero al termine della gravidanza. Sono andata all’Opa mi hanno fatto il monitoraggio e una visita. Mi hanno rimandato a casa dicendo che andava tutto bene. Il giorno dopo non l’ho sentito più muovere: dopo due giorni il mio bambino è nato morto. Se mi avessero fatto un’ecografia avrebbero visto che aveva il cordone intorno al collo e a un piedino e l’avrebbero fatto subito venire al mondo».
La donna aveva dovuto partorire il suo bimbo già morto. E lo aveva voluto abbracciare, e seppellire in una piccola bara bianca al cimitero di Turigliano.
Poi era cominciata la sua battaglia, per avere giustizia. per capire se quel giorno, anziché mandarla via le avessero fatto l’ecografia, le cose potevano andare diversamente. Se potevano salvare il suo bambino.
Anche perché come ha raccontato la giovane madre non c’erano stai segnali che, durante tutti i nove mesi, avevano fatto presagire il peggio.
«Quindici giorni prima del parto, dall’ecografia il bambino era risultato podalico, ma dopo una settimana si era girato, quindi non ci sarebbe stata necessità del cesareo»: ricorda la donna. Poi, solo poco prima del parto sono cominciati i problemi.
Prima i dolori forti e le contrazioni. La corsa in ospedale (allora l’Opa) e il mancato ricovero. L’invito a tornare a casa e a fare una bella passeggiata per aiuta il parto. Ma per la giovane madre è cominciato l’incubo. Perché il giorno dopo del suo accesso all’Opa non ha sentito più muovere il bambino.
«All’inizio pensavo, o meglio speravo, che si fosse addormentato — ha continuato nel suo racconto — Non c’era nessun movimento. Ho deciso di andare all’Opa. Qui, dal monitoraggio hanno immediatamente avvertito che il battito del feto non si sentiva più. Mi hanno detto: “ci dispiace signora, il suo bambino è morto”».
Nella notte del 6 maggio di quattro anni fa poco dopo le 2 di notte, la donna ha partorito la sua creatura ormai priva di vita. E lo aveva voluto stringere fra le braccia, prima di fargli il funerale.
Poi aveva cominciato la sua battaglia giudiziaria. Il fascicolo sulla vicenda è stato archiviato e solo per la caparbietà della madre, riaperto.
Ma la documentazione richiesta per poter andare avanti non è ancora arrivata. E la vicenda, almeno dal punto di vista giudiziario, rischia di essere di nuovo chiusa.
«Io voglio solo che si faccia giustizia, voglio delle risposte perché io quella notte, quello che mi è successo prima e il volto del mio bambino non lo dimenticherà mai. E penso anche a tutte le donne, e madri che non possono vivere e soffrire quello che ho vissuto e sofferto io».
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