Attenzione
gruppo di intervento giuridico
«Abusi nelle cave adesso servono norme più efficaci»
MASSA. Il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus chiede alla Regione Toscana una normativa più efficace contro gli abusi nelle cave di marmo. Ha inoltrato una richiesta al presidente Rossi, al...
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MASSA. Il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus chiede alla Regione Toscana una normativa più efficace contro gli abusi nelle cave di marmo. Ha inoltrato una richiesta al presidente Rossi, al presidente del consiglio regionale e ai capigruppo consiliari perché siano inserite nell’ordinamento regionale disposizioni più efficaci per contrastare gli abusi effettuati durante l’attività estrattiva del marmo sulle Alpi Apuane.
È stato coinvolto anche il Parco naturale regionale delle Alpi Apuane, in quanto interessa gran parte del comparto estrattivo del marmo.
In sintesi, si chiede che venga data al Parco naturale regionale delle Alpi Apuane il potere di revoca delle autorizzazioni ambientali (pronuncia di compatibilità ambientale – P.C.A., provvedimento conclusivo della procedura di valutazione di impatto ambientale - V.I.A.) in caso di reiterata violazione delle prescrizioni autorizzative o di mancata esecuzione del ripristino ambientale intimato.
Infatti, attualmente è previsto soltanto il potere di ordinare la sospensione dei lavori e il ripristino ambientale (art. 64 della legge regionale Toscana n. 30/2015), ma non è prevista la possibilità di revoca delle autorizzazioni in caso di accertata grave violazione delle prescrizioni autorizzative o di inottemperanza all’ordine di ripristino ambientale. Per sua stessa natura, poi, la sospensione dei lavori non può che essere temporanea.
«È vero, dovrebbero essere i Comuni, in teoria i principali interessati alla difesa del proprio territorio, a chiudere le cave “abusive” - si legge nella nota del Grig - Però, le amministrazioni comunali sono più preoccupate della tenuta economica del comparto del marmo che dei danni ambientali e di provvedimenti di decadenza delle concessioni di cava si trovano rare tracce. Infatti, a fronte di numerosi e reiterati casi di riscontrata grave violazione delle prescrizioni autorizzative da parte di aziende estrattive del marmo sulle Alpi Apuane con gravissimi danni all’ambiente e alle risorse naturali (soprattutto al patrimonio idrico), non si registrano i conseguenti opportuni provvedimenti di revoca e chiusura definitiva dei relativi siti estrattivi».
« A puro titolo esemplificativo- continua la nota - ricordiamo alcuni recenti provvedimenti di sospensione delle attività estrattive determinati da riscontrate violazioni delle autorizzazioni ambientali: cava Madielle, cava Padulello, cava Vittoria a Fivizzano, cava Calacatta, cava Fossagrande, cava Piastramarina, cava Granolesa, cava Romana e cava Valsora. In pochi mesi ben 10 provvedimenti di sospensione dell’attività estrattiva e ingiunzione di ripristino ambientale, due dei quali riferiti alla stessa cava (cava Calacatta) denotano un quadro di illegalità ambientale di sensibili dimensioni, non contrastato da provvedimenti di efficace natura. Il quadro generale non è dei migliori. Non siamo più ai tempi e ai metodi di Michelangelo, anche se c’è chi si ostina a non voler vedere e capire. Purtroppo, nel corso degli ultimi vent'anni si è cavato dalle Apuane più che nei 2000 anni precedenti, ogni anno 4 milioni di tonnellate di montagna, un milione e mezzo di metri cubi».
«L’industria del marmo è decisamente molto redditizia, ma quasi esclusivamente per i pochi soggetti titolari delle attività estrattive. Fra questi c’è anche la famiglia Bin Laden che con la sua Cpc Marble & Granite Ltd ha acquistato nel 2014 il 50% della Marmi Carrara pagando a quattro famiglie proprietarie 45 milioni di euro - prosegue il Grig - i ricavi dei Comuni non sono paragonabili neanche lontanamente a quelli dei concessionari: in questi ultimi tempi, per esempio, il Comune di Carrara incassa 15 milioni di euro annui a titolo di canone, una parte minima rispetto a quanto rende l’estrazione marmifera. Per esempio, nel 2012, a fronte del canone di 15 milioni di euro in favore del Comune di Carrara, le imprese operanti nel settore del marmo hanno ricavato ben 168 milioni di euro. Al Comune è dunque andato solo l’8,8% del ricavo complessivo».
«Anche i dati sull’occupazione confermano che il marmo non rende immuni dalla disoccupazione, anzi: nel 2016 il tasso di disoccupazione medio in Italia era dell’11,7% (dati I.S.T.A.T.), in Provincia di Massa Carrara era del 16,6% - continua la nota - La stessa Regione Toscana ha riconosciuto che “la produzione di rifiuti caratteristici del distretto lapideo apuano (marmettola) è dell’ordine delle 275.000 tonnellate annue in anni recenti” e non sono pochi i danni alla risorsa idrica destinata al consumo potabile».
«Il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus – grazie all’incessante e determinata attività del proprio Presidio Apuane – è da tempo impegnato duramente in una decisa battaglia legale e di sensibilizzazione contro gli scempi ambientali compiuti quotidianamente sulle Alpi Apuane e l’inquinamento delle acque da marmettola. Ora il GrIG chiede alla Regione Toscana che siano dati efficaci poteri di salvaguardia ambientale per contrastare gli illeciti delle cave al Parco naturale regionale delle Alpi Apuane, individuato dalla stessa Regione quale ente preposto alla tutela dell’area naturale di pertinenza».
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
È stato coinvolto anche il Parco naturale regionale delle Alpi Apuane, in quanto interessa gran parte del comparto estrattivo del marmo.
In sintesi, si chiede che venga data al Parco naturale regionale delle Alpi Apuane il potere di revoca delle autorizzazioni ambientali (pronuncia di compatibilità ambientale – P.C.A., provvedimento conclusivo della procedura di valutazione di impatto ambientale - V.I.A.) in caso di reiterata violazione delle prescrizioni autorizzative o di mancata esecuzione del ripristino ambientale intimato.
Infatti, attualmente è previsto soltanto il potere di ordinare la sospensione dei lavori e il ripristino ambientale (art. 64 della legge regionale Toscana n. 30/2015), ma non è prevista la possibilità di revoca delle autorizzazioni in caso di accertata grave violazione delle prescrizioni autorizzative o di inottemperanza all’ordine di ripristino ambientale. Per sua stessa natura, poi, la sospensione dei lavori non può che essere temporanea.
«È vero, dovrebbero essere i Comuni, in teoria i principali interessati alla difesa del proprio territorio, a chiudere le cave “abusive” - si legge nella nota del Grig - Però, le amministrazioni comunali sono più preoccupate della tenuta economica del comparto del marmo che dei danni ambientali e di provvedimenti di decadenza delle concessioni di cava si trovano rare tracce. Infatti, a fronte di numerosi e reiterati casi di riscontrata grave violazione delle prescrizioni autorizzative da parte di aziende estrattive del marmo sulle Alpi Apuane con gravissimi danni all’ambiente e alle risorse naturali (soprattutto al patrimonio idrico), non si registrano i conseguenti opportuni provvedimenti di revoca e chiusura definitiva dei relativi siti estrattivi».
« A puro titolo esemplificativo- continua la nota - ricordiamo alcuni recenti provvedimenti di sospensione delle attività estrattive determinati da riscontrate violazioni delle autorizzazioni ambientali: cava Madielle, cava Padulello, cava Vittoria a Fivizzano, cava Calacatta, cava Fossagrande, cava Piastramarina, cava Granolesa, cava Romana e cava Valsora. In pochi mesi ben 10 provvedimenti di sospensione dell’attività estrattiva e ingiunzione di ripristino ambientale, due dei quali riferiti alla stessa cava (cava Calacatta) denotano un quadro di illegalità ambientale di sensibili dimensioni, non contrastato da provvedimenti di efficace natura. Il quadro generale non è dei migliori. Non siamo più ai tempi e ai metodi di Michelangelo, anche se c’è chi si ostina a non voler vedere e capire. Purtroppo, nel corso degli ultimi vent'anni si è cavato dalle Apuane più che nei 2000 anni precedenti, ogni anno 4 milioni di tonnellate di montagna, un milione e mezzo di metri cubi».
«L’industria del marmo è decisamente molto redditizia, ma quasi esclusivamente per i pochi soggetti titolari delle attività estrattive. Fra questi c’è anche la famiglia Bin Laden che con la sua Cpc Marble & Granite Ltd ha acquistato nel 2014 il 50% della Marmi Carrara pagando a quattro famiglie proprietarie 45 milioni di euro - prosegue il Grig - i ricavi dei Comuni non sono paragonabili neanche lontanamente a quelli dei concessionari: in questi ultimi tempi, per esempio, il Comune di Carrara incassa 15 milioni di euro annui a titolo di canone, una parte minima rispetto a quanto rende l’estrazione marmifera. Per esempio, nel 2012, a fronte del canone di 15 milioni di euro in favore del Comune di Carrara, le imprese operanti nel settore del marmo hanno ricavato ben 168 milioni di euro. Al Comune è dunque andato solo l’8,8% del ricavo complessivo».
«Anche i dati sull’occupazione confermano che il marmo non rende immuni dalla disoccupazione, anzi: nel 2016 il tasso di disoccupazione medio in Italia era dell’11,7% (dati I.S.T.A.T.), in Provincia di Massa Carrara era del 16,6% - continua la nota - La stessa Regione Toscana ha riconosciuto che “la produzione di rifiuti caratteristici del distretto lapideo apuano (marmettola) è dell’ordine delle 275.000 tonnellate annue in anni recenti” e non sono pochi i danni alla risorsa idrica destinata al consumo potabile».
«Il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus – grazie all’incessante e determinata attività del proprio Presidio Apuane – è da tempo impegnato duramente in una decisa battaglia legale e di sensibilizzazione contro gli scempi ambientali compiuti quotidianamente sulle Alpi Apuane e l’inquinamento delle acque da marmettola. Ora il GrIG chiede alla Regione Toscana che siano dati efficaci poteri di salvaguardia ambientale per contrastare gli illeciti delle cave al Parco naturale regionale delle Alpi Apuane, individuato dalla stessa Regione quale ente preposto alla tutela dell’area naturale di pertinenza».
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