Il Tirreno

L’errore di Arpat corretto dal Tar 

L’errore di Arpat corretto dal Tar 

L’agenzia impone monitoraggi, ma la responsabilità era della proprietà precedente

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AVENZA. Al momento della compilazione del documento c’è stato uno qui pro quo negli uffici dell’Arpat: i funzionari hanno aggiunto una prescrizione che in realtà doveva essere riferita alla vecchia proprietà, seguendo il principio secondo cui paga chi ha inquinato. Ma anche quando l’errore è saltato fuori, i responsabili hanno deciso di confermarla. Così la società Sa.Ge.Van Marmi srl si è affidata al Tar, che ha riconosciuto in pieno le sue ragioni.
Ci sono voluti sei anni per arrivare in fondo alla vicenda, sebbene tutta la diatriba sia nata per un errore formale. Il privato, impegnato nella lavorazione lapidea, nel 2008 richiede al Comune di Carrara l’autorizzazione per installare una tettoia da usare come deposito e stoccaggio dei materiali in uno stabilimento ad Avenza. Viene quindi coinvolta l’Arpat, che nel rilasciare il parere inserisce una serie di prescrizioni, tra cui quella di installare dei piezometri per il controllo della falda. «Una svista dell’ufficio», dice il Tar, in quanto è stato preso in esame l’esito della conferenza dei servizi della precedente proprietà dell’area. Un doppio errore, comunque la si voglia vedere: da una parte la Sa.Ge.Van Marmi srl non c’entra nulla con la conferenza dei servizi presa in esame da Arpat, dall’altra la normativa prevede che gli interventi per il controllo e la bonifica di siti inquinati spetta a chi ha provocato questo danno.
Nel caso specifico, inoltre, buona parte della bonifica era già stata eseguita. Il privato ha quindi ripresentato la richiesta convinto che l’errore sarebbe stato corretto e invece è stato confermato: la vicenda allora è finita al Tar nel 2011, che ora ha annullato il provvedimento che impone l’installazione di piezometri nello stabilimento. Un errore alla fine corretto.
©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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