Toscana
Vuole 300mila euro dalla sorella La lite in tribunale non finisce più
L’uomo era stato condannato in primo grado per aver usato un foglio che la donna non aveva firmato Ma il reato di ricognizione è stato depenalizzato e dopo l’assoluzione in appello torna alla carica
MASSA. In primo grado era stato condannato a nove mesi, in appello assolto perché il reato nel frattempo è stato depenalizzato. Per questo Vincenzo Musi, accusato di aver falsificato un documento in cui la sorella Fedra riconosceva di dovergli dei soldi e si impegnava a farlo al più presto, è tornato alla carica. Esigendo il pagamento di circa trecentomila euro. La congiunta però si oppone perché sostiene che quella firma non l’ha mai messa (e la giustizia le aveva dato ragione fino a che non è stato cancellato quel tipo di reato) e attraverso i suoi legali, gli avvocati Riccardo Balatri e Giovanni Battista Bertocchi, si è mossa su due fronti: penale e civile. Quest’ultima per bloccare l’ingiunzione di pagamento del fratello; l’altra per accusarlo stavolta di tentata truffa. Proprio per questa nuova richiesta, dato che per il primo episodio l’uomo non può più essere giudicato (visto che il reato è stato depenalizzato la battaglia si è fermata a Genova), il fascicolo è in mano al sostituto procuratore Alessia Iacopini e toccherà al giudice Ermanno De Mattia decidere se si deve procedere oppure bisogna archiviare. Insomma, la guerra tra fratello e sorella va avanti nelle aule dei tribunali.
Le vite di Fedra e Vincenzo si sono separate dopo l’infanzia. Lui aveva aperto un'attività nella provincia apuana, lei si era sposata con un americano ed era andata a vivere negli States. E lì c'era rimasta per decenni, finché il consorte non era morto. A quel punto aveva sentito nostalgia della sua Toscana. Così aveva deciso di acquistare una villetta tra Marina di Massa e il Cinquale. Gli ottocento milioni di lire (l'euro non era ancora arrivato) richiesti non erano un problema, semmai lo era la distanza perché lei doveva risolvere alcune cose prima di fare armi e bagagli. Ma era bastato telefonare al fratello per togliersi l'ultimo cruccio: Vincenzo si era detto più che felice di darle una mano. L’uomo però aveva bisogno di far vedere che poteva saldare l'agenzia e i proprietari della villa senza chiedere né mutui né prestiti e aveva chiesto alla sorella di cominciare a trasferire le centinaia di milioni sul conto del nipote. Aveva contattato il notaio e aveva firmato il rogito forte della procura di Fedra. Il fratello a quel punto le chiedeva una cosa che sembrava logica, ma che è diventata il motivo del contendere: firmare una decina di fogli in bianco per poter sbrigare le pratiche di allacciamento di luce, gas e altri servizi (compresa la residenza) senza la necessità di doverla contattare ogni volta. Uno di questi fogli, secondo la donna, è diventata una falsa ricognizione di debito per l'ammontare di più di mezzo miliardo del vecchio conio, servito in parte a comprare l'immobile e a ristrutturarlo. Denaro che Vincenzo rivoleva. E quel documento lo aveva usato per presentare un decreto ingiuntivo contro la sorella. Anni dopo il rogito. In primo grado era stato condannato, in appello invece ne è uscito pulito. E adesso quel documento lo ripresenta, chiedendo indietro il denaro.
Ma la battaglia non finisce qui. O almeno è quello che spera Fedra, altrimenti le toccherà pagare.
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