Lutto
Bagno Irene: estate a rischio, i russi pronti a fare causa
La proprietà attacca il Comune per aver bloccato i lavori dopo il caso amianto «Noi in regola: gli italiani hanno sporcato e ora ci impediscono di pulire»
MASSA. La stagione al bagno Irene, ex piccolo angolo di paradiso a Poveromo, è a rischio: se il Comune di Massa non sblocca i lavori, la prossima estate non ci saranno bagnanti, turisti o bambini a giocare in spiaggia. A rischio ci sono una quindicina di posti di lavoro stagionali oltre l’investimento di Vadim Fedotov, imprenditore moscovita che, assieme ad un socio, nel 2008 acquistò lo stabilimento, pagandolo 5 milioni di euro. In otto anni il bagno Irene ha cambiato quasi totalmente clientela perché, oltre alle storiche famiglie sono arrivati i russi, amici, conoscenti, uomini d'affari vicini a Fedotov che, pare, stia già pensando di dirottare tutti a Forte dei Marmi. Il danno, anche per l’economia locale, secondo i rappresentanti italiani del bagno Irene sarebbe enorme, perché lo stabilimento ha uno degli incassi più importanti della costa. Eppure, andandoci oggi, sotto la sabbia ci sono calcinacci, pezzi di amianto e siringhe, bottiglie di vetro, ferraglia. A chiamarci per un sopralluogo sono i rappresentanti italiani dei russi, che decidono di parlare per la prima volta.
In una foto del litorale dall’alto, di anni recenti (forse del 1992), dimostrerebbe l’assenza di qualsiasi duna o bosco al bagno Irene. In effetti si vede solo spiaggia, spianata dal lavoro di un trattore e nessun tipo di vegetazione. «I padroni sono stati fermi otto anni e a fine estate 2016 hanno deciso di iniziare i lavori per arretrare le 40 cabine, le uniche della costa così vicine alla battigia. La richiesta di pulizia del sottobosco- raccontano- è stata protocollata al comune di Massa a febbraio 2016. Dovevamo potare la macchia mediterranea, ma tra gli alberi, pini marittimi e ginepri, abbiamo trovato la prima trance di spazzatura». Ci mostrano anche tutti i documenti, protocollati, che attestano la loro richiesta di autorizzazioni a procedere con la pulizia del sottobosco, accordate fino al 27 febbraio 2017. C’è pure la relazione di Ambiente, la ditta chiamata a verificare che la sabbia non fosse inquinata, che ha certificato solo la presenza di rifiuti e non di inquinamento, a seguito di dieci prelievi in punti diversi del terreno.
La seconda mandata di rifiuti viene trovata sotto una duna ed è amianto. La ditta di pulizia si ferma, perché quel materiale va trattato da esperti e contemporaneamente arriva la Pec del comune che bloccava i lavori al bagno Irene. L’amianto però lì non può stare: a dirlo è la Asl che, per ragioni di salute pubblica consente la rimozione dell’amianto alla ditta Red. «L’amianto era sotto quella montagna di sabbia che non è mai stata una duna protetta- dicono i rappresentanti dei russi - era solo sabbia sedimentata negli anni su rifiuti e spazzatura e sopra cui erano cresciuti arbusti e piante comuni. Nessuno ha mai visto un giglio marino». A dimostrare che l’amianto era davvero sotto la duna ci sono le foto e i video della Red, che ha ripreso le ruspe a sollevare il materiale. Il rifiuto pericoloso è stato smaltito a spese di Fedotov, per 10mila euro. I lavori di pulizia sarebbero costati oltre 40 mila euro. Le carte, insomma, attesterebbero che al bagno Irene non ci sono mai state dune marine storiche da proteggere, ma solo cumuli di sabbie sporche. «L’Italia è un paese curioso - dicono i russi - loro sporcano e a noi viene impedito di pulire». Se il Comune sblocca, entro pochi giorni, i lavori forse la stagione sarà salva. Viceversa non potrà entrarci nessuno, ma la storia potrebbe non finire così: danno economico, danno di immagine e rimborsi. I russi pare siano pronti a costosissime cause capaci di mettere a rischio le casse pubbliche.
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