Il dolore
Niente autopsia al neonato deceduto: medici a processo
L’accusa è per i dottori dell’ospedale pisano dove fu portato I genitori vogliono riaprire il processo sull’Opa dove nacque
MASSA. L’epilogo di questa tragedia sembra ancora ben lontano, visto che i genitori sono convinti che manchi ancora una ricostruzione chiara dell’accaduto. Gli ultimi atti furono scritti a Pisa, dove arrivò in condizioni disperate, i polmoni congestionati, gli organi già compromessi. In neonatologia al Santa Chiara tentarono il tutto per tutto, e fu tutto inutile. E all’inizio nessuno pensò di chiederne conto ai medici di quella che sembrava essere stata l’ultima spiaggia, uno scoglio a cui aggrapparsi dopo un naufragio avvenuto altrove. Il piccolo, cresciuto senza problemi evidenti durante la gravidanza, «doveva venire al mondo sanissimo, invece i medici hanno sbagliato», sono convinti dal 10 ottobre 2011 i genitori, due commercianti versiliesi residenti a Pietrasanta.
E così, all’inizio nel mirino ci finirono ostetrici e ginecologi dell’Opa di Massa, accusati di aver ritardato talmente tanto il cesareo da innescare un’asfissia gravissima del feto fino a causarne il decesso. Solo che poi quelle accuse sono cadute, archiviate dal gip. E così quello che si è aperto ieri a carico di Antonio Boldrini e Lucia D’Accavio, il primario e una delle dottoresse dell’equipe della neonatologia dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Pisa, sembra un processo avviato per provare a riesumarne un altro.
Una nuova causa giudiziaria per sperare di riattivare quella vecchia e giungere ad una verità sulla morte del figlio appena nato che forse, in realtà, non arriverà mai. Un metodo per riuscire a riportare la vicenda nell’ospedale massese,il primo dei sospettati per i genitori coinvolti.
Per Boldrini e D’Accavio, infatti, le accuse non sono di omicidio colposo come lo erano state per i colleghi del pediatrico massese, ma di omissione di referto.
Secondo la procura, sebbene fossero stati compiuti tutti i tentativi per salvare il bambino, dopo la morte i medici pisani non avrebbero allertato la procura chiedendo al pm di turno l’autorizzazione a procedere ad una autopsia necessaria a stabilire se davvero il piccolo avesse inalato meconio (materiale contenuto nell’intestino del feto, ndr) fino a far collassare i polmoni a causa di una negligenza dei sanitari dell’Opa.
Padre e madre mancati, difesi dagli avvocati viareggini Giacomo Ciardelli e Sabrina Antongiovanni, proveranno a dimostrare con una perizia di parte che l’approfondimento del medico legale avrebbe potuto avere un ruolo chiave per dimostrare quei passi falsi, quelle omissioni.
Se venissero condannati, Boldrini e D’Accavio rischierebbero una multa da poco più di 500 euro, ma il verdetto potrebbe fare da apriscatole per il processo archiviato a Massa.
«Furono i genitori a chiedere che non venisse straziato il corpo del piccolo - dice Patrizio Pugliese, legale di Boldrini e D’Accavio - Ma al di là di questo, crediamo sia proprio l’impianto dell’accusa ad essere infondato. Accusa e parte civile sostengono che quell’approfondimento poteva stabilire le cause della morte, in realtà non c’era assolutamente bisogno di eseguirlo, perché le cause della morte purtroppo erano già chiarissime. Il bambino aveva inalato e ingerito una quantità enorme di meconio, era morto asfissiato. E un’autopsia non sarebbe servita a chiarire se le cause erano una conseguenza di errori commessi a Massa».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
