Toscana
Il report dell’Arpat: sulle bonifiche c’è ancora da fare
Resa nota la relazione alla commissione d’inchiesta: terreni e falda, ecco le sostanze inquinanti presenti
CARRARA. A 30 anni dalla chiusura del polo chimico il Sin apuano è ancora pieno di veleni. Si tratta di sostanze tossiche e cancerogene, tristi eredità di un territorio che, fino al termine degli anni '80, è stato martoriato dall'industria chimica e che ancora oggi si trova a pagare un tributo altissimo a causa dell'inquinamento residuo. A confermarlo è la panoramica effettuata dalla responsabile Arpat di Massa Gigliola Ciacchini lo scorso 14 febbraio alla prefettura di Livorno, in occasione della visita della commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti nei 4 Sin toscani, tra cui quello di Massa-Carrara. La Ciacchini in questo documento ripercorre caratterizzazioni, monitoraggi, attività di bonifica e messa in sicurezza effettuate nelle aree ex Ferroleghe ed ex Rumianca a Carrara ed ex Bario ed ex Farmoplant a Massa, in quelle porzioni della zona industriale rimaste nel Sin, cioè sotto la competenza del ministero dell'Ambiente.
Ed i risultati di questo report sono tutt'altro che rassicuranti. Dopo molti anni, infatti, la bonifica completa del nostro Sin, soprattutto della falda, resta ancora di là da venire e le concentrazioni di inquinamento illustrate dalla responsabile provinciale dell'Arpat confermano una situazione assai grave. La prima area presa in esame è quella dell'ex Rumianca (17 ettari), fabbrica chimica in cui si sintetizzavano fitofarmaci (antiparassitari, diserbanti, insetticidi). Aperta nel 1940, venne chiusa nel 1984, dopo un incendio scoppiato nel reparto "Erbicidi in polvere", dal quale si svilupparono diossine.
La Ciacchini ricorda che la Syndial Spa, attuale proprietaria dell'area, «ha intrapreso lavori di messa in sicurezza sia per quanto riguarda i terreni ("capping" superficiale), sia per le acque di falda (installazione ed esercizio di una barriera idraulica a valle del sito e conseguente trattamento)».
Il ministero dell'Ambiente ha decretato la bonifica della falda, mentre è ancora in corso l'istruttoria del progetto operativo di bonifica dei terreni. Per il sito ex Ferroleghe (15 ettari) si ricorda che la sua «produzione è stata quella di ferro-cromo. Nell'area bacini di lagunaggio -scrive la Ciacchini- sono rimasti i fanghi contaminati da cromo e cromo esavalente. La stima dei rifiuti (fanghi, materiali di scarto dell'industria lapidea, scarti di demolizioni ecc.) presenti è di oltre 100.000 tonnellate».
Secondo l'Arpat non risulta che sia stato dato seguito alle prescrizioni imposte dalle varie conferenze dei servizi convocate al ministero riguardo al problema legato alla «contaminazione da cromo esavalente riscontrata nelle acque di falda esterna al sito».
Nell'area dell'ex Farmoplant, «chiusa nel 1988 a seguito di un incidente», si producevano «principalmente fitofarmaci. I primi problemi riguardanti la falda, -ricorda la responsabile Arpat- erano iniziati nell'80, quando fu scoperto un inquinamento da Rogor e suoi metaboliti».
Dal 1984 è attiva una barriera idraulica, costituita da 6 pozzi/piezometri. Benché per questo sito risulti già completata una bonifica, certificata dalla Regione con decreto 3785 del 22 settembre 1995, «nel corso della reindustrializzazione è stato oggetto di puntuali controlli Arpat che hanno mostrato la presenza di aree sospette (almeno 11)».
L'unico sito industriale ancora attivo è l'ex Bario, occupato oggi dalla Solvay Chimica Italia, per la «produzione di derivati inorganici di bario, calcio, stronzio e sodio». Al suo interno viene segnalata la presenza di una «area di stoccaggio di materiali da lavorazione formatasi nel corso degli anni e, nel sottosuolo, tre vasche profonde, riempite con materiali di lavorazione per un volume complessivo di circa 212.000 metri cubi, e una vasca di raccolta melme di lisciviazione».
Il ministero dell'Ambiente «ha approvato il progetto di bonifica e messa in sicurezza e conseguentemente sono stati intrapresi i lavori, al momento quasi conclusi». Per le acque di falda, invece, «gli ultimi dati evidenziano superamenti dei limiti per alcuni parametri all'esterno del sito (anche a monte dello stabilimento)».
Ma l'inquinamento della falda interessa l'intera zona industriale. La contaminazione emerge anche nelle acque sotterranee delle aree residenziali, in quanto legata prevalentemente ai flussi di falda provenienti dalle aree industriali ed i principali inquinanti riscontrati sono cancerogeni quali metalli pesanti, idrocarburi poliaromatici, benzene, toluene, etilbenzene, solventi clorurati, pesticidi clorurati e fitofarmaci.
La Ciacchini scrive anche che la presenza di inquinanti nell'ambiente ed i ritardi nelle bonifiche «causano un problema ambientale ma anche e soprattutto evidenti danni alla salute». A tal proposito la funzionaria Arpat cita lo studio epidemiologico Sentieri, che, coordinato dall'Istituto superiore di sanità, ha indagato lo stato di salute di 44 Sin italiani, rilevando uno spaventoso aumento dei decessi da cancro in territorio apuano, con oltre 170 morti in più ogni anno (13% in più dei decessi attesi), riconducibili all'inquinamento chimico residuo. Insomma, solo gli anni potranno dirci quale sarà il prezzo che ancora dovremo pagare in termini ambientali e di salute, se non si provvederà a bonificare seriamente il nostro territorio.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
