Il Tirreno

Amianto al bagno Irene, «Multe a chi ha inquinato»

Amianto al bagno Irene, «Multe a chi ha inquinato»

La commissione Ambiente chiede controlli sui permessi, ancora dubbi sulla provenienza dell’eternit. Si muove anche la Capitaneria di Porto

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MASSA. Si muove anche la Capitaneria di Porto; la commissione consigliare Ambiente chiede più controlli e sanzioni nel caso in cui si rilevino irregolarità; il Comune torna con i tecnici del servizio Ambiente sul luogo del ritrovamento dell’amianto. Non è chiuso il caso del bagno Irene, e c’è qualcosa che non torna in questa vicenda di rifiuti che spuntano dalle dune e di quintali di eternit “impacchettati” negli speciali big bags stoccati nell’area dietro le cabine dello stabilimento balneare più “naturale” e più “rispettoso della macchia mediterranea” del litorale apuano.

I primi dubbi sono sorti subito dopo il primo ritrovamento di rifiuti: cataste di plastiche, pneumatici, ruderi di elettrodomestici. “Erano sotterrati nella sabbia”, spiegarono le persone, facenti capo alla proprietà del bagno. Sotterrati, cioè, in quelle che per tutti erano gli ultimi esempi di duna mediterranea della costa massese. Una versione contestata da Luca Giannelli del Wwf, secondo il quale quei rifiuti si trovavano in un’altra parte del bagno, tra gli arbusti, e che, quindi, la rimozione delle dune con la ruspa non era giustificata.

Con il ritrovamento dell’eternit, poi, le perplessità sono aumentate. E nella commissione consigliare Ambiente che si è svolta ieri mattina in municipio si è ben capito che le cose da chiarire sono tante. Dopo la “emersione” dei primi rifiuti e dopo il parere della Soprintendenza, l’amministrazione civica ha disposto lo stop ai lavori al bagno Irene. Ma è successivamente al provvedimento del Comune che sono comparsi i sacchi riempiti di amianto, evidentemente raccolto sul posto. «Questo vuol dire che i lavori sono proseguiti anche dopo alla sospensione ordinata dall’amministrazione? Occorre accertarlo e nel caso ciò sia confermato, credo sia necessario sanzionare chi non ha rispettato la determina», dice Giancarlo Casotti (Psi), componente della commissione Ambiente. «Bisogna vedere le carte e capire da una parte se sono stati fatti interventi diversi da quelli autorizzati e dall’altra se tali interventi sono proseguiti anche dopo lo stop», gli fa eco Luca Anghelè (Pd).

Il problema, pèrò, è anche che il blocco dei lavori è stato “dichiarato” dal Comune, ma la commissione ambiente che si occupa del caso – questo lo ha messo in rilievo Nicola Cavazzuti, che della commissione Ambiente è il presidente – non ha ancora in mano gli atti relativi a questo provvedimento.

Non solo: c’è anche da chiarire la provenienza dell’amianto. Secondo Bruno Giampaoli, presidente di Italia Nostra Massa Montignoso, ascoltato ieri in commissione, nel 2008 venne fatta una “caratterizzazione” delle spiagge proprio per verificare la presenza di rifiuti speciali e, al bagno Irene, non emerse niente. Una ricostruzione che induce a pensare che quella massa di eternit – 5 tonnellate calcolano in commissione – siano il prodotto di una ristrutturazione successiva dello stabilimento balneare. «Il Comune ha il dovere di controllare e di capire se i vincoli della Soprintendenza sono stati rispettati», ha aggiunto.

Ieri, comunque, c’è stato un sopralluogo della Capitaneria di Porto a Poveromo, condotto assieme al responsabile dell’ufficio Ambiente del Comune Simone Fialdini: un altro riflettore che si accende su questa vicenda dai contorni ancora non tutti chiari.

Claudio Figaia

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