Gioco
«Indagai sulla mafia ma poi mi ritrovai messo sotto accusa»
Il giudice Augusto Lama, all’epoca pm, ripercorre gli anni bui delle infiltrazioni delle cosche alle cave a fine Anni ’80
CARRARA. «Il dottor Lama era un uomo tutto d'un pezzo, grande investigatore ed eccellente pubblico ministero, che per le indagini poste in essere in quei tempi fu accusato (per avere coinvolto la stampa) da poteri forti, da esponenti di logge massoniche ed addirittura da politici di spicco e anche dal Consiglio Superiore della Magistratura, dai cui procedimenti disciplinari ne è uscito sempre a testa alta. Erano palesi le pressioni politiche contro un Magistrato che non aveva guardato in faccia a nessuno e si era messo contro le più importanti famiglie industriali del tempo, legate (...) a Cosa Nostra e ad esponenti apicali dell'allora partito socialista». Così l'ex maresciallo della Guardia di Finanza Piero Franco Angeloni descrive il giudice Augusto Lama nel suo libro "Gli anni bui della Repubblica", edito da Book Sprint. Il volume, riproducendo molti documenti estremamente interessanti, ricostruisce l'indagine sulle infiltrazioni mafiose alle cave di Carrara, che Lama, all'epoca sostituto procuratore della Repubblica a Massa, aveva avviato nei primi anni '90. Angeloni era stato braccio destro di Lama in questa inchiesta, che fu bloccata quando il ministero della giustizia, guidato all'epoca dal socialista Claudio Martelli, aprì un procedimento disciplinare contro il magistrato, sulla base di un esposto che censurava le sue esternazioni su possibili coinvolgimenti del gruppo Ferruzzi con la mafia. Abbiamo chiesto un approfondimento su questa delicata vicenda allo stesso Lama, ancora oggi in servizio a Massa, come giudice tributario e del lavoro. Raggiungiamo il magistrato in Tribunale, dove, tra un'udienza e l'altra, ci accoglie con estrema cortesia e disponibilità, accettando volentieri di tornare su quei fatti e su altre importanti inchieste da lui condotte in qualità di pubblico ministero.
Giudice Lama lei è stato il primo ad intuire il legame tra la mafia siciliana ed il gruppo Ferruzzi, all'epoca proprietario della Sam-Imeg, due società che controllavano il 65% delle cave carraresi. Come ricorda quella fase della sua carriera?
«Quella sulla presenza della mafia a Carrara è un'indagine che per è stata fonte sia di soddisfazioni che di amarezze. Le prime derivano dal fatto che, come è stato in seguito riconosciuto anche dalla procura di Palermo e dalla Direzione nazionale antimafia, la pista da me seguita era quella giusta. Le amarezze, invece, furono conseguenti all'essere finito a mia volta sotto inchiesta, con l'accusa di aver rivelato ai giornalisti alcuni particolari dell'indagine».
Come finì?
«Alla fine emerse la correttezza del mio operato e venni assolto. L'avvocato che mi difese era Vito Francesco Palma, oggi senatore di Forza Italia».
Nel libro di Angeloni si parla anche di un'altra indagine di portata nazionale legata al sequestro di una nave, che 30 anni fa la vide ancora protagonista in veste di sostituto procuratore di Massa-Carrara. Di cosa si trattava?
«Era un'inchiesta sul terrorismo mediorientale collegato al traffico di armi e droga, avviata dopo il sequestro del Boustany, un mercantile libanese bloccato al largo di Bari ad inizio settembre del 1987, con a bordo armi, eroina e hashish. Al Boustany era poi legato anche un vasto traffico di titoli di Stato».
Quali erano i risvolti apuani di questa vicenda?
«Nel corso dell'indagine fu arrestato anche il titolare di un'agenzia di import-export di Marina di Carrara».
Su quali altri grossi casi ha lavorato?
«Quando ero pm a Massa siamo stati una delle prime procure ad indagare sul traffico illecito di rifiuti tossici e sullo sfruttamento delle prostitute nigeriane. Rilevante fu anche l'operazione che nel 1985 portò alla scoperta di una centrale internazionale della droga sulle colline di Montignoso, con il sequestro di 150 chili di cocaina. Nel 1991, quando a Cinquale fu arrestato Marco Camenisch, ho indagato sugli anarchici e sugli attentati ai tralicci dell'energia elettrica. Nella seconda metà degli anni '90 ho lavorato anche a Lucca, dove mi sono occupato dei Casalesi».
Ha mai subito attentati o ricevuto minacce?
«Nel 1987 ho viaggiato per qualche tempo con la scorta. Una volta si temette che vi fosse una bomba piazzata sotto la mia auto, ma l'allarme, per fortuna, si rivelò infondato».
Oggi lei si occupa di giustizia tributaria e del lavoro, ma in qualità di cittadino che idea si è fatto riguardo al rischio di nuove infiltrazioni mafiose nella nostra provincia? Il pericolo esiste ancora?
«Negli ultimi anni alla mafia sono stati inflitti duri colpi. Questo la obbliga a tenere un basso profilo, impedendole di agire come faceva un tempo. Tuttavia, è chiaro che occorre restare vigili, perché quello delle infiltrazioni è un rischio che non si può escludere».
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