Il Tirreno

Marco Malvaldi incontra i detenuti di Massa: "Le storie ci portano lontano dalla noia"

Un momento dell'incontro tra lo scrittore e i detenuti nel carcere di Massa
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Un momento dell'incontro tra lo scrittore e i detenuti nel carcere di Massa

Lo scrittore pisano entra nel carcere per il ciclo  “Scrittori in carcere". Premiati coloro che si sono distinti nei percorsi scolastici

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MASSA. «Leggendo il tuo libro ho imparato una parola che non conoscevo: “ner”». E che parola è? Resta in silenzio la platea di detenuti e tace anche lo scrittore dal palco, osservando il giovane senegalese che l’ha pronunciata. Lui ripete, scandendo le lettere: n-e-r. «Ah ecco – si illumina Marco Malvaldi – è una cosa pisana mettere la r al posto della l, significa “nel”».

Nell’incontro alla casa di detenzione di Massa nel ciclo “Scrittori in carcere" si è finiti a parlare di parole, i piccoli mattoni che fanno un racconto, della narrazione come pratica di salvezza dalla noia e esercizio di inveramento dei desideri quando tutto attorno pare franare. «La mia prima pagina bianca da scrittore la affrontai durante la tesi di dottorato – racconta Malvaldi per rompere il ghiaccio – quando il mio lavoro come chimico teorico era inserire dei calcoli nel computer, aspettare che li eseguisse e stare attento che non andasse via la luce. Iniziai a scrivere per la noia di quelle ore d’attesa, anche perché le due volte che mi portai un libro da leggere andò via la corrente e persi il lavoro di settimane».

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Sensibilità rara, forse involontaria, quello dello scrittore, che da uomo libero e scrittore di successo «per una serie di casi sfortunati» riesce a intercettare il possibile tratto comune con la sua platea di lettori detenuti: la lettura e la scrittura come rottura della fiaccante quotidianità di chi subisce una costrizione. Analogia in sedicesimo, si capisce, ma chi ascolta apprezza e durante l’incontro ripagherà con applausi convinti e una costante partecipazione al dialogo.

E c’è un’esperienza dentro al carcere, un laboratorio di scrittura creativa guidato da Costantino Paolicchi, che ha portato alla pubblicazione del volume collettivo “Impariamo a volare”. «Siamo partiti dalla domanda cos’è la scrittura – spiega Paolicchi – che non è la tecnica. Ok, ci siamo detti: la punteggiatura serve che migliori, la sintassi a volte va per i fatti suoi. Quello che importa è il raccontare, una dimensione che abbiamo perduto. Loro invece di storie da raccontare ne hanno tante, le loro prospettive, attese, emozioni. E sono venute fuori con questo percorso, che sta continuando».

Malvaldi ha incantato l’uditorio parlando del personaggio di Ampelio, uno dei preferiti dai lettori tra quelli creati nei suoi libri. «È una versione edulcorata di mio nonno, in pratica ho dovuto togliere qualcosa per non renderlo troppo impenitente. Lui era uno di una sincerità totale, se pensava una cosa te la doveva dire. Quando il vescovo venne in casa per ufficializzare in qualche modo l’inizio della carriera ecclesiastica di mio zio, mio nonno, che era ateo socialista e altro un metro e cinquantasette si parò davanti a quest’omone tutto bardato e ingioiellato e indicando la croce che dal suo collo scendeva di fronte ai suoi occhi gli disse: “Oh per quelli come te c’è voto di povertà”. Si girò e lo piantò lì».

Sono in tanti dentro la sala piena fino all’ultimo posto ad avere letto Malvaldi. Qualcuno si lamenta che la serie tratta dai romanzi del Barlume è poco fedele: «Me l’hanno rovinata, con quelle facce così diverse da quelle che immaginavo io». Un altro, lettore fedele, rimpiange di aver letto i suoi libri in carcere: «La lettura non dipende solo da quando ma anche da dove la fai. Qui è diverso, ma mi sono piaciuti lo stesso».

Alla fine della cerimonia, con il contributo della libreria Rinascita di Empoli di Tamara Guazzini, sono stati premiati con dei volumi gli studenti che nei percorsi scolastici interni si sono distinti.

Libero Red Dolce

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