Il Tirreno

Tbc in ostetricia, ira dei familiari «Pronti ad andare in tribunale»

di Libero Red Dolce
Tbc in ostetricia, ira dei familiari «Pronti ad andare in tribunale»

Lo sfogo di un padre: «Con 100 profilassi da fare come fanno a dire che il protocollo ha funzionato?» Il primario: «Paziente asintomatica». In provincia 33 casi in 4 anni, media più bassa che in Toscana

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MASSA. «Andremo avanti, anche per via legali, per chiarire le responsabilità dell’ospedale e di chi si è occupato del caso. I nostri figli, appena nati, dovranno prendere antibiotici per due mesi e subire molte radiografie toraciche: non si può dare la colpa al caso. Ci teniamo in contatto, tutte e cinque le famiglie, vedremo il da farsi». Non è una dichiarazione di guerra, manca ancora la comunità d’intenti, ma di certo è un segnale che le famiglie dei bambini sottoposti a profilassi vogliono lanciare all’Asl. Sono disposti a passare alle vie legali per avere chiarezza su quanto successo.

La risposta del primario di ostetricia Antonio Ragusa al caso della donna portatrice di Tbc ricoverata nel reparto per dieci giorni non li ha convinti e il padre di uno dei bambini coinvolti si è sfogato così. «Il dottor Ragusa dice che il protocollo per la prevenzione ha funzionato benissimo. Ecco, vorrei capire cosa intende per benissimo visto che hanno dovuto fare la profilassi a 100 persone per il rischio di contrarre la tubercolosi. Il protocollo avrebbe funzionato se la malattia fosse stata diagnosticata subito, senza fare entrare in contatto bambini, genitori e personale sanitario con una donna ammalata».

Per loro non è abbastanza quello che è stato fatto, la gravità della situazione della donna andava capita per tempo. «Cinque o sei giorni fa – racconta – ci hanno convocati per spiegarci la situazione e ci hanno detto cos’era successo. Durante la riunione ci hanno detto che la donna proviene da un paese dove l’incidenza di questa malattia è molto alta. Dunque un controllo preventivo andava fatto».

Non si tratta peraltro del primo caso di tbc al Noa. Qualche mese fa, in autunno, una donna dominicana incinta era arrivata in ospedale con i sintomi di una febbre, ma era stata isolata.

«Non è di certo il primo e non sarà l’ultimo caso – spiega il dottor Ragusa – con la donna dominicana avevamo un vago sospetto di malattia infettiva, era entrata da noi con la febbre. Fu subito posta in isolamento per questo. Quando qualche giorno dopo arrivarono gli esami con la diagnosi di tbc la ricoverammo in malattie infettive. Infatti quella volta soltanto il personale che l’accudì dovette fare la trafila della profilassi. In quel caso nessuno si ammalò di tubercolosi e anche in questo caso nessuno si ammalerà».

Sulla questione dei controlli obbligatori per chi viene da zone a rischio spiega invece la procedura: «Anche quando andavo con le navi a prendere i profughi in mare noi avevamo un sistema di triage che divideva i sintomatici dai non sintomatici. I primi facevano un percorso di verifica, mentre per i secondi non ci sono controlli obbligatori. La cosa importante da dire è che prendere la tbc in queste circostanze è davvero difficile. Il perché è semplice: la malattia si trasmette con contatti persistenti e quantitativamente importanti di scambio di saliva. Non si trasmette con le mani, con il sangue o gli abiti».

L'attuale situazione epidemiologica della tubercolosi in Italia è caratterizzata da una bassa incidenza nella popolazione generale: meno di 10 casi per 100.000 abitanti e dalla concentrazione della maggior parte dei casi in alcuni gruppi a rischio e in alcune classi di età. Anche in Toscana il dato degli ultimi 10 è costante: incidenza intorno ai 7,5 casi per 100.000 abitanti

Dai dati diffusi dall’ex azienda Usl1 di Massa e Carrara l’incidenza in provincia risulta essere più bassa della media nazionale, con un dato che va dai 2 ai 5 casi per 100.000 abitanti. Nell’ultimo anno c’è stato un incremento con 14 casi totali. Negli ultimi quattro anni, per i casi di competenza dell’azienda, ci sono stati 33 casi di cui 17 stranieri e 16 pazienti italiani.

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