Il Tirreno

QUANDO CI SI INTERESSAVA ALLA “PSICOLOGIA DELLA CAVA”

di BENIAMINO GEMIGNANI

di BENIAMINO GEMIGNANI C’è stato un tempo, non proprio lontano, nel quale gli industriali del marmo secondavano il nascere di gloriose associazioni come la Pro Carrara e il suo vivace periodico...

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di BENIAMINO GEMIGNANI

C’è stato un tempo, non proprio lontano, nel quale gli industriali del marmo secondavano il nascere di gloriose associazioni come la Pro Carrara e il suo vivace periodico Aronte, al quale collaboravano Industriali di prim'ordine come Mauro Borgioli e altri. Furono proprio alcuni di questi a valorizzare per esempio gli scritti del professor Michele Mazzitelli, già responsabile della sanità nostrana e autore di indagini e saggi sulla salute dei cavatori. Uno dei saggi più particolari, mai pubblicati per ragioni non del tutto chiarite, venne però recensito proprio sul mensile Aronte. Si intitolava "La psicologia della cava".

In cava - argomentava Mazzitelli fra l'altro - si colgono alcuni singolari aspetti sia caratteriali che comportamentali degli addetti. Singolari aspetti spesso in contrasto con quelli assunti fuori del lavoro. In cava, ad esempio, la differenza fra stato sociale e perfino ideologico fra ’l Padron e gli operai era accettata come un fatto naturale che non impediva il nascere di rapporti confidenziali fra chi lavorava e chi comandava. La stessa gerarchia del lavoro: dal capocava all'addetto alla carriola, era basata su qualità verificate e il riconoscimento dei reali meriti di ciascuno tornava utile e funzionale al bene di tutti. Accadeva una sorta di miracolo sociale capace di sollecitare anche l'attenzione di sociologi, operai che fuori cava erano capaci di aspre contese sindacali, di scioperi lunghi mesi, e datori di lavoro capaci di rispondere con serrate altrettanto audaci, una volta tornati in cava ristabilivano i consueti rapporti confidenziali senza neppure l'ombra di classismo. Qualcuno - specialmente alcuni sindacalisti - finì per paventare il timore che certe confidenze potessero volte sfociare in forme di connivenza fra le parti: soprattutto in materie delicate come la sicurezza sul lavoro. Alberto Meschi (il mitico sindacalista del quale proprio oggi si restaura il monumento di piazza d'Arme) portava come esempio un evento storico e tragico per il marmo: la tragedia dei Bettogli, avvenuta nel 1911 proprio l'anno in cui Meschi venne a stabilirsi a Carrara. In quella terribile tragedia dieci cavatori sepolti dalla frana della tecchia morirono subito ed altri rimasti invalidi o morti in seguito per ferite. Purtroppo (fatti poco noti alla storiografia corrente) fu appurato che la micidiale frana era stata preannunciata nei giorni precedenti, da segnali sottovalutati: scricchiolii frequenti e cadute di sassi in vari punti della tecchia. Segnali non ritenuti sufficienti a interrompere la preparazione di una grande varata. D'estate (era luglio), i ritmi di lavoro venivano accelerati per compensare i ritardi dei mesi invernali. I metodi odierni di lavorazione, le nuove professionalità, i rapporti umani e professionali fra addetti e datori di lavoro sono cambiati. Anziché chiudersi a riccio come spesso sembra avvenire le diverse parti in causa dovrebbero garantire che certe “forme di urgenza produttiva” e “sottovalutazione di pericoli incombenti” sono davvero sorpassati, come le tecniche dei tempi andati. E . se allo strazio e ai buoni propositi susseguenti ad ogni disgrazie corrispondano davvero e da parte di tutti, maggiori garanzie.

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