Toscana
«La truffa allo Stato non c’è», assolti due imprenditori
Erano accusati da venticinque ex dipendenti che dicevano di essere stati licenziati e riassunti Il giro di aziende parallele però non ha trovato conferme in aula e il giudice ha dato ragione alla difesa
CARRARA. Assolti perché il fatto non sussiste dopo un processo durato anni che li vedeva alla sbarra con l’accusa di truffa ai danni dell’Inps. Il giudice Giovanni Sgambati dopo il dibattimento non ha ravvisato alcuna prova contro Claudio Selleri e Gianni Bonati, imprenditori che fino al 2010 erano impegnati nella realizzazione di yacht di lusso in un capannone di viale Zaccagna. L’accusa si basava sulla testimonianza di venticinque ex dipendenti che dicevano di essere stati raggirati per averli fatti licenziare prima di trasferirli da una società all’altra, con due rappresentanti legali diversi ma di fatto gestite dalla stessa coppia. Un giochetto che aveva sottratto allo Stato ventottomila euro di contributi per gli sgravi fiscali di cui avevano goduto per aver assunto operai dalle liste di mobilità.
Gli affari, hanno ricostruito in aula gli operai, prima del gennaio del 2010 andavano alla grande («avevo chiesto un aumento e me lo hanno concesso senza battere ciglio», ha detto una tuta blu che adesso punta il dito contro di loro perché oltre a non essere pagato per quattro mesi ha scoperto che gli hanno impedito di andare in mobilità fino alla pensione). I clienti poi non manifestavano alcuna lagnanza. Anzi, soltanto complimenti. Tanto che i 25 dipendenti accettavano ogni cosa, perfino di licenziarsi da un momento all’altro per essere riassunti da un’altra ditta. Nello stesso posto di lavoro, con Bonati - hanno sostenuto - che impartiva gli ordini e Selleri che pagava gli stipendi e risolveva tutti i problemi amministrativi. «Non abbiamo mai visto - ha giurato una tuta blu - quelli che abbiamo scoperto in seguito essere i legali rappresentanti delle ditte».
Era stato l’ispettorato del lavoro a fare l’indagine, verificando le parole dei dipendenti. La prima ditta era la Bocchignola, l’altra la Impianti Impianti. Ed è stato un ispettore a spiegare a Sgambati e al pubblico ministero Marco Rappelli quale era il meccanismo ideato dalla coppia di imprenditori: «Le assunzioni fatte dalle liste di mobilità consentivano una contribuzione minore rispetto a quella che in realtà dovevano versare». Ma non solo, visto che dopo un anno e due contratti a tempo determinato dovevano assumere a tempo indeterminato, facevano svanire una ditta e ane aprivano subito dopo un’altra. Da qui la contestazione della truffa.
La difesa ha sempre contestato la ricostruzione fatta dall’ispettorato e dai dipendenti, la stessa linea usata davanti al giudice del lavoro impugnando il verbale in cui si dice che Bonati e Selleri erano di fatto i titolari della Bocchignola e di Impianti Impianti. E il giudice ieri ha assolto gli imprenditori perché il fatto non sussiste. La loro condotta era regolare.
La sentenza è arrivata dopo l’ora di pranzo, dopo una camera di consiglio abbastanza veloce. Durante il dibattimento non erano emerse prove contro i due imputati, se non quelle testimoniali. Troppo poco per riconoscere la truffa alla coppia.
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