La protesta
«Per la morte di Stefano alla fine nessuno pagherà»
Parla la moglie dell’operaio della Italmarble ucciso un anno fa da una lastra «Mi hanno sostenuta amici e parenti, ma adesso non credo più nella giustizia»
MASSA. La sofferenza è una strada in salita, di quelle che stringi i denti e sali sui pedali, sempre a chiederti se finirà, se non vale la pena mollare. Stefano Mallegni lo sapeva bene, lui che prima che una lastra di marmo lo uccidesse sul lavoro, appena poteva afferrava la sua bicicletta per andare a dare l’assalto alla strada. Oggi lo sa bene sua moglie Luana Gandolfi, che un anno, 365 giorni esatti da quell’incidente maledetto alla Italmarble, si tiene dritta sul sellino, occhi lucidi e volontà indomita, continuando a scalare le avversità per il suo Stefano.
«Un anno fa – ricorda in una lettera in cui ricorda Stefano – con una telefonata il principale di mio marito mi chiedeva se potevo recarmi in ditta perché Stefano aveva avuto un incidente. Così ho fatto; ma purtroppo, arrivata sul posto, ho avuto la consapevolezza di quello che era capitato. Una tragedia che ha portato via un marito, un padre, una vita passata insieme e tanti progetti per l’avvenire. Una famiglia rovinata, una vita spezzata: un uomo pieno di vita e la famiglia, uno sportivo, un lavoratore serio e appassionato, coscienzioso e scrupoloso.
Il dolore si è insinuato, devastante, nel cuore di Luana. Un anno di smarrimento: «Un vuoto terribile, da non riuscire più a orientarsi nella realtà della vita, ma vivere solo per inerzia. Soltanto con l’aiuto di parenti, amici, colleghe che con il loro affetto e la loro comprensione mi sono stati vicini, sono riuscita a sopravvivere a questo incubo di vita. Approfitto di quest’occasione per ringraziare di cuore tutti».
Le indagini che seguirono la morte di Stefano si conclusero con un’archiviazione da parte del Gip Antonia Aracri. La perizia di parte, eseguita dall’ingengere Giordano Bertoni, aveva messo in dubbio che l’operaio avesse assunto l’iniziativa da solo di prelevare la lastra per osservarla e verificarne le imperfezioni, spiegazione data dal datore di lavoro sul perché Stefano si trovasse sotto questa. Quello che sosteneva la perizia era che non poteva essere stata un’azione compiuta da Stefano a causare il ribaltamento della lastra che lo ha ucciso. Si ipotizzava pertanto l’azione di un’altra forza, diversa da quella indotta dalla presenza della lastra, capace di ribaltare 11 lastre di cui ben 5 sono finite sopra l’operaio al lavoro.
Il gip nell’ordinanza di archiviazione stabiliva che « la condotta del lavoratore è di per sè sufficiente ad assorbire qualunque altro fattore esterno nel processo causale che ha condotto alla morte di Stefano Mallegni».
Un anno dopo la decisione continua a ronzare nella testa di Luana, come un tafano che la tortura senza lasciarla riposo e pace. E a tal proposito rievoca le parole che il presidente Sergio Mattarella pronunciò in occasione della giornata dedicata alle morti sul lavoro. «Ogni morte sul lavoro costituisce una ferita per l’Italia e una perdita irreparabile per la società intera. Non è ammissibile che non vengano adeguatamente assicurate garanzie e cautele per lo svolgimento sicuro del lavoro».
E su questo discorso oggi ritorna Luana. «Stefano non era uno che andava a cercare pericoli, bisognava conoscerlo per sapere quanto amava la vita. Le parole del capo dello stato, così significative da non essermele più scordate, mi pare che non sempre collimino con la realtà dei fatti. Così è stato, purtroppo, per mio marito. Il suo caso è stato archiviato pochi mesi dopo l’evento, nonostante non si fosse giunti ad una ricostruzione certa dell’accaduto. Questo ha lasciato in me e nella mia famiglia molti dubbi e interrogativi e un’agosciante sfiducia nel sistema giudiziario. Nel proporre a lettori e amici il ricordo del nostro Stefano, io e mio figlio nutriamo anche la speranza di risvegliare la coscienza individuale verso un rispetto più vero della vita».
Libero Red Dolce
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
