La protesta
«Non si dica fatalità, ma sogno un futuro sicuro»
Lo scrittore-cavatore: «Serve più attenzione» «Siamo una comunità, è un lutto per tutti»
CARRARA. Un incidente difficile da prevedere, una morte che lascia una certa sensazione d'impotenza. La scomparsa di Mauro Giannetti riapre una ferita che pare non cicatrizzarsi mai. Le domande tornano, solite: si poteva fare di più? Si tratta di un errore dell'uomo o ci sono delle misure che si possono prendere per evitare di morire così?
Ne abbiamo parlato con Alvise Lazzareschi, cavatore, proprietario di cava e scrittore. Uno che in mezzo al marmo ci ha passato la vita, che ne conosce bene le trasformazioni e le battaglie. E che di uomini finire la propria vita uccisi da quello stesso materiale che li aveva sostentati ne ha visti tanti. Troppi.
«Quello che è sicuro è che la parola fatalità va abolita. Non si può tornare su questo vocabolo, mai. Se lo si fa, anche quando si è a corto di spiegazioni, si crea un escamotage. E non ce lo possiamo permettere, sarebbe disastroso».
Però in cava si continua a morire e non sono operatori alle prime armi quelli che quest’anno sono rimasti coinvolti in incidenti.
«Purtroppo no infatti. Ed è anche difficile fare una valutazione senza essere sul posto, senza aver visto l'incidente. Io Giannetti lo conoscevo di vista e la cava non è di quelle che frequento. Parlare di fatalità però farebbe ripartire tutto, annullerebbe quanto abbiamo appreso in questi anni. E non è poco».
Quali passi avanti si sono fatti?
«Il più importante è quello della coscienza del rischio. Una cosa fondamentale. Proprio la totale imprevedibilità di queste tragedie non ci deve spingere al fatalismo. Quello che ci vuole è un’attenzione sempre più costante, mai distrarsi. E devo dire che da parte di tutti c'è stata, negli ultimi anni, una presa di coscienza sempre più importante. Lo vedo bene con i miei lavoratori. E' diventato un argomento quotidiano: “forse è meglio fare così, no piuttosto facciamo così che ci sono meno pericoli”. Davvero una grossa partecipazione, perché chi sta su non vuole più rischiare. L'ho verificato negli anni e l’ho vista crescere. Mai come oggi questa coscienza è stata così forte».
La percezione del rischio deve essere una sorta di sesto senso in pratica. Si deve attivare anche quando ci si sente sicuri, quando si compiono i gesti quotidiani e si è convinti di scivolare tranquilli sui binari dell’abitudine.
«È proprio quello che si deve evitare. Non siamo arrivati a un punto in cui abbiamo eliminato il rischio. Rilassarsi dopo i passi avanti sarebbe ancora peggio. E questa attenzione massima c’è da parte degli imprenditori come degli operatori».
E chi lavora in cava questa “coscienza” come la interiorizza? Chi lavora oggi finisce subito in cava. Potrebbe ritornare utile l’esperienza della cava scuola?
«Io credo che la formazione vera si faccia sul campo, in tutti i settori. E chiaramente vale anche per questo. Certamente la riapertura di una cava scuola sarebbe una bella notizia. Ben venga. Io ricordo che in passato quando la cava scuola funzionava noi abbiamo ospitato diversi ragazzi a stage ed era una buona cosa. Si arrivava con maggiore coscienza del lavoro, più pratici del mestiere. Da me ne ho fatti entrare diversi, si affacciavano a questo mondo, venivano in cava da ragazzi e si affiancavano ad esperti. Le motivazioni per cui è stata chiusa è istituzionale, bisognerebbe chiedere altrove. Sarebbe una buona cosa».
E ovviamente nemmeno la formula magica per prevenire ogni rischio. In cava si moriva anche prima della chiusura. E non muoiono solo ragazzi alle prime armi, anzi...
«Sì infatti e questa è una cosa che dovrebbe fare riflettere. Io Mauro Giannetti non lo conoscevo personalmente, anche se lo avevo visto qualche volta. Ci si salutava, niente di più. E devo dire che conosco poco anche della realtà in cui lavorava. A sentire anche chi lo conosceva da vicino, me lo hanno descritto come una persona dalla serietà totale. Un uomo presente, cosciente dei rischi e che non improvvisava, mi dicono due miei capi cava che erano suoi amici. Perché si trovasse lì in quel momento è una cosa che sa lui e purtroppo non possiamo più chiederglielo».
C’è bisogno di un cambio di passo complessivo forse, un tenere tutti gli occhi aperti e le orecchie all’erta. E le macchine? Qualcosa è cambiato rispetto al passato, non hanno migliorato la situazione sicurezza?
«I macchinari sono sempre più precisi, per cui semmai diciamo che la tecnologia aiuta la prevenzione. Un macchinario sicuro, in buone condizioni, evita all'operaio attività manuali che prima erano richieste quando non c’erano queste presenze. Una perforante sul cingolo che si avvicina alla parete mentre l'operatore sta a distanza è una cosa positiva. Diminuisce il rischio».
Un lutto del genere cambia la percezione di chi poi deve tornare in cava?
«Già in altre occasioni ho detto che quella dei cavatori si possa proprio ascrivere a una vera e propria popolazione, una grande famiglia di cui mi sento fare parte, al di là del sentirsi titolare o operaio. Sei cavatore a qualsiasi livello lavori, per cui realmente è una grande famiglia. Ho avuto messaggi ieri da amici e conoscenti, non di Carrara, che hanno saputo la notizia. Mi facevano le condoglianze. Del tipo "ho saputo che c'è stato un morto, ci dispiace molto", da miei lettori o gente che ho conosciuto. Riassume quello che è questa realtà. Il senso di appartenenza».
Al cavatore tocca di ritornare in cava, ancora una volta, con la certezza che il lavoro che fa è a rischio. Più di altri. Come deve guardare al futuro mentre da lassù, sulle Apuane, l’orizzonte abbraccia una vastità così grande? Arriverà per lui il giorno in cui si alzerà e si dirà “oggi vado a lavoro” e basta? Senza pensare di poter morire.
«Il nostro è un lavoro dove l'unità di misura è la tonnellata. E' un fatto certo, un lavoro ad alto rischio. Serve un’altissima concentrazione. Quella sul futuro è una grande speranza, però siamo tutti fiduciosi. Sono convinto e voglio pensare che sia così. Che in futuro chi va in cava non debba morire».
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