Il Tirreno

«Mauro era un bravo fanto Scrivete questo»

di Alessandra Vivoli
«Mauro era un bravo fanto Scrivete questo»

All’obitorio, il dolore degli amici del cavatore Lo choc del collega: ho visto tutto, era a un metro da me

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CARRARA. «Ho visto il mio amico Mauro morire, a un metro da me. È morto a un metro da me».

Che il clima, il giorno dopo la tragedia, sia ancora più straziante e che il dolore, tenuto a bada nell’immediatezza della tragedia, sia esploso con tutta la sua forza, lo si capisce subito. Ancora prima di salire a piedi quei due tornanti che dal piazzale del monoblocco portano all’obitorio. Sì all’obitorio di Carrara perché chi muore in cava viene pianto qui, non al nuovo ospedale delle Apuane. Un cavatore anche da morto rimane qui vicino alle sue montagne.

In fondo alla salita per l’obitorio arrivano due uomini. Solo quando sono a pochi passi si capisce che uno, il più anziano (è Gianni Quattrini detto Ciack) sorregge l’altro, quello più giovane. Camminano piano. E non parlano. Quello più giovane piange. «Non chiedetegli niente, non lo vede che non ce la fa a parlare». Questo lo dice Ciack, uno che di lutti alle cave ne ha visti davvero tanti. E l’amico si allontana ripetendo come una litania: «Mi è morto a un metro».

Il giorno dopo una tragedia in cava è tutto più difficile. Anche vedere le facce, segnate, dei colleghi di lavoro. Sono lontani dal loro ambiente, delle cave hanno la polvere bianca negli scarponi. In piedi di fronte alla porta spalancata, come una bocca vuota, dell’obitorio, i cavatori si riconoscono subito, anche per la poca voglia di parlare. Se al momento della tragedia provavano a spiegare, con i loro termini tecnici, e un po’ in dialetto, quello che era successo, ora il dolore ha preso il sopravvento. Perché quel lavoratore morto, «mentre toglieva la calzatura di un blocco», «per un pelo furbo che ha fatto crepare il materiale» oggi è solo il loro amico. Un uomo con cui hanno passato tante ore, al monte e al piano. Un uomo che non potrà abbracciare suo figlio.

E allora le bocche si chiudono. «Non rilasciamo dichiarazioni»: dicono alcuni con un tono forbito, proprio come si vede in televisione.

«Mauro era un bravo fanto, se proprio volete scrivere qualcosa, scrivete questo»: si limitano a aggiungere altri, prima di salire in quei fuoristrada che, nelle prossime ore li riporteranno in cava. «Al pezzo».

Se c’è una cosa che non è cambiata, il giorno dopo la morte di Mauro Giannetti, è la cortina di protezione che gli amici e i colleghi hanno alzato attorno a Stefano Giannetti, il fratello di Mauro. Lui, durante l’operazione di quadratura di quel blocco da due tonnellate, lo ha visto soccombere sotto quelle due tonnellate di pietra.Un dramma nel dramma, che merita rispetto. Stefano fin dalle prime ore della mattinata era davanti all’obitorio. Senza un cedimento. Con gli amici accanto. E sono stati proprio alcuni di loro a chiedere, con garbo, ai taccuini e alle telecamere di rimanere fuori dall’obitorio. Stefano è rimasto al suo posto. In piedi, proprio come in cava,

«Ci dispiace ma il fratello non ha piacere». Non una parola di più. Solo un modo, in tentativo di riprodurre, nel cortile gelido dell’obitorio, quella stessa protezione del dolore. Proprio come era accaduto il giorno prima in cava.

Qui, a due passi dal vecchio monoblocco, è tutto diverso. Fa ancora più freddo. Non si vede il mare, non c’è l’imponenza della montagna. C’è solo il dolore che pesa come un macigno.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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