Sicurezza
«C’è troppa fretta, nessuno ascolta più il suono del monte»
Beniamino Gemignani: «Mi ricordo “Tafan”, il tecchiaiolo Diceva che, nel silenzio, sentiva il marmo parlare»
CARRARA. La conoscenza del marmo, acquisita in cava fin dall'infanzia e poi il rispetto della montagna, fatto di tempi lenti e di momenti di ascolto, per conoscere nel profondo quello che accade nel cuore delle Apuane. Questi erano i segreti dei vecchi cavatori, segreti andati perduti, un po’ come gli antichi proverbi che i padri insegnavano ai figli mentre salivano al monte prima dell’alba e illuminati solo da una “bugia”.
Secondo Beniamino Gemignani, esperto di storia locale e autore di una lunga serie di volumi dedicati alla nostra città, quello che il mondo delle cave paga ai giorni nostri è proprio il prezzo di aver dimenticato e trascurato la sua memoria. Non a caso, quando gli si chiede di commentare l’ennesimo morto alle cave, Gemignani esordisce proprio con un proverbio, recitato in carrarino stretto: «La montagna ’nt la dev maltratar se no prima o poi a t’la fa pagar».
Secondo lo storico, l’attuale metodo di coltivazione non rispetta i nostri monti, e non “soltanto” per quella che viene normalmente identificata come l’escavazione selvaggia.
«Una volta si iniziava a lavorare a otto anni… partendo così giovani si diventava subito esperti» inizia Gemignani. «Quando venne la Montecatini, negli anni ’20 – racconta - si portò uno stuolo di periti e ingegneri minerari. Con tutto quello che avevano studiato, quando volevano andare sul sicuro, chiedevano ai cavatori, perché nessuno meglio di loro conosceva la montagna… certe cose non si imparano sui libri» spiega.
E tutti i provvedimenti, anche recenti, lanciati dalle varie istituzioni per provare a invertire la tendenza?
«A scrivere le regole ci sono persone che non conoscono nemmeno lontanamente il lavoro in cava. A loro posto dovrebbero esserci degli esperti, che si sono fatti le ossa sul campo» suggerisce lo storico.
Ma Gemignani punta il dito anche contro quella che lui stesso definisce "l'arroganza tecnologica" dei nostri giorni. «Adesso si fa presto, con le ruspe... ma quando si usavano le mine, per trovare il marmo buono ci voleva tempo. A volte ci si fermava per settimane. E anche questo permetteva e forse obbligava ad ascoltare i segni che arrivavano dalla montagna» ricorda Gemignani che in proposito racconta la storia di un tecchiaiolo codenese, detto “Tafan”.
«Lo chiamavano così perché si attaccava alla tecchia come un tafano alla pelle. Ogni mattina arrivava in cava prima di tutti, perché sosteneva che il marmo parla. Quella voce però si sente solo nel silenzio, e quindi lui "auscultava" la tecchia prima che i cavatori iniziassero a lavorare. Figuriamoci oggi cosa si sente con tutto il rumore che c’è in cava» osserva ancora lo storico.
Insomma secondo Gemignani il rapido sviluppo tecnologico ha aumentato i ritmi di produzione senza che, contemporaneamente, ci fosse un’altrettanto rapida evoluzione della cultura della sicurezza sul lavoro.
«Oggi la fretta rende impossibile rispettare al 100% tutte le prescrizioni. Si pensa che le macchine, e la velocità risolvano tutto. Questo atteggiamento, sommato alla mancanza di esperienza hanno portato ai risultati che vediamo» afferma Gemignani che poi allarga la sua riflessione al rapporto tra il marmo e la città.
«Non ci dobbiamo stupire se poi c’è chi dice di chiudere le cave. Oltre a tutti i problemi che abbiamo detto fin qui va ricordato che un tempo il settore dava lavoro a 11 mila persone e la ricchezza era distribuita nella società. Oggi si parla di un migliaio di operatori o poco più».
Di qui la visione “ostile” che molti cittadini hanno del mondo del lapideo, cosa impensabile fino a qualche decennio fa. «Carrara fu la prima città a consentirei sepolcri ploretari e a concedere proprio ai cavatori un privilegio fino ad allora, e siamo nel 1500, riservato ai nobili» riferisce Beniamino Gemignani ammettendo non senza una punta di rammarico che in effetti quello era un mondo completamente diverso.
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