Sicurezza
«Troppi sottovalutano i rischi delle cave: una cosa inspiegabile»
«Facciamo i controlli, ci dicono ok, poi succede questo» Ritmi di lavoro troppo elevati? L’Asl tende a escluderlo
CARRARA. «Non sappiamo più che fare, e non credo che dall’esterno si possa fare più di quanto stiamo facendo». Maura Pellegri, la donna che da quasi trent’anni combatte il Far West nelle cave, è sconfortata. La tragedia di Pulcinacchia è l’ultimo colpo di una serie micidiale di sciagure, inaspettata e per molti versi inspiegabile. Ed è un colpo anche per l’ingegnera a capo del servizio di Prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro dell’Asl. Ma la Pellegri è una che non molla e, con lucidità, prova ad analizzare l’ennesimo lutto.
«Ci troviamo di fronte a una situazione troppo diffusa di sottovalutazione, di non comprensione, del rischio da parte di chi opera nel mondo del marmo. La lettura degli ultimi incidenti dice questo, dice che quelle povere vittime, in molti casi, non dovevano essere là dove sono andate, non dovevano compiere quel che invece hanno fatto. Chiaro, ogni incidente ha una sua dinamica, ci sono inchieste in corso e accertamenti da fare. Però quel che si ricava in senso generale è proprio questo», dice Maura Pellegri. Una sfida al pericolo che la lezione di mille e mille infortuni non ha ancora spezzato, insomma.
Forse perché, chiediamo all’ingegner Pellegri, i lavoratori, in cava come in segheria (e più o meno in molti altri luoghi di lavoro) devono sottostare a ritmi di produzione troppo elevati, perché sono costretti ad accelerare le procedure, perché “c’è il container che aspetta”, o perchè bisogna rispettare i tempi di consegna?
«Non credo, non in questo caso, comunque – risponde Maura Pellegri – quella di Pulcinacchia è una piccola realtà produttiva a conduzione famigliare, cinque persone in tutto. Non mi pare vi fosse un clima di sfruttamento e neanche che ci fossero particolari esigenze di ridurre i tempi di estrazione».
E allora? Allora, c’è l’’«inspiegabile»: «Dalle prime ricostruzioni, la segagione di quel blocco maledetto era stata completata e si trattava di spostarlo con la pala. Invece la vittima si è avvicinata alle calzature alla base del blocco. Perchè? Per ora è inspiegabile».
All’indomani della penultima tragedia sulle cave di marmo, il crollo della bancata nel bacino di Gioia che ha ucciso due cavatori, la Regione ha annunciato una task force “modello Prato” (il riferimento è alla lotta per regolarizzare il settore tessile pratese) per fermare il sangue sulle cave (e nelle segherie). Otto milioni di investimenti, più personale, più formazione. Non serviranno a nulla? «No, servono eccome. Il personale che si occupa di questo settore è già stato incrementato di 8 unità, i lavoro si sta facendo. Ogni giorno benedetto siamo in cava a controllare, spiegare, prescrivere. E anche a sanzionare chi non rispetta le regole, e a prendere provvedimenti di sospensione delle attività. Ma poi le tragedie si ripetono, con questa frequenza che negli ultimi due anni è diventata insopportabile. Noi non possiamo controllare tutto. Negli incontri con le aziende e con i cavatori, quando si fa formazione e quando affrontiamo i temi della sicurezza, i lavoratori ci ascoltano, riconoscono la necessità di rispettare le norme di sicurezza, accettano i nostri suggerimenti, accolgono le indicazioni dell’Asl. Poi, succede quel che è successo ieri a Pulcinacchia. Questa tragedia, come altre precedenti, non tutte, è avvenuta in una cava in cui non vi era un contesto di palese violazione delle norme di sicurezza che l’Asl non aveva verificato. No, ripeto, qui c’è una componente di sottovalutazione del rischio che resta largamente inspiegabile».
L’ingegner Pellegri le cave le conosce, e così i cavatori. Quando arrivò a Carrara e salì per la prima volta alla cave, quella donna esile ma decisa suscitava commenti di scherno tra qualcuno: “Una donna alle cave? Impensabile. E a “dare ordini” su come si lavora? Insopportabile”. In pochi mesi riuscì a conquistarsi il rispetto e la fiducia di cavatori e imprenditori: “sarà una donna, ma è una in gamba”, conclusero dopo un paio di incontri-scontri. Però oggi, l’ingegnera ha qualche motivo di pessimismo in più. «L’attività di prevenzione la facciamo, la formazione la facciamo, il dialogo con i cavatori è aperto, le norme di sicurezza sono di continuo richiamate. Al lavoro, tuttavia ci sono loro, non noi. E forse, alle nuove generazioni non è stato trasmesso fino in fondo, dai “vecchi”, quel senso di rispetto della montagna e di sicurezza che si aveva un tempo».
Claudio Figaia
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