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Veleni alla Farmoplant processo lungo 30 anni

Veleni alla Farmoplant processo lungo 30 anni

La Corte di Cassazione respinge l’ultimo ricorso di Edison per un episodio di inquinamento delle falde del 1987

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MASSA. Nella storia della Farmoplant, non c’è soltanto l’esplosione del serbatoio del Rogor e del cicloesanone che, nel luglio del 1988, sprigionò una nube tossica che avvelenò il territorio e fece fuggire migliaia di persone, ma c’è anche una serie di altri incidenti che predcedettero il disastro. Come l’incendio del serbatoio di Mancozeb nel 1980 (che portò alla provvisoria chiusura dello stabilimento e all’avvio della lotta contro i veleni chimici) e altri episodi “minori”. Uno di essi riguarda lo sversamento di sostanze inquinanti all’interno dello stabilimento che provocarono l’inquinamento delle acque di falda a valle di esso, cioè verso Marina.

Ebbene soltanto pochi giorni fa si è chiuso, con una sentenza della Corte di Cassazione – a favore del Comune, diciamolo subito – un procedimento iniziato trent’anni fa, nel 1987. Quando il Comune di Massa aveva citato in giudizio Farmpolant, Montedison e il suo direttore Gianrico Bossi per ottenere un risarcimento per quell’avvelenamento delle acque pubbliche. La citazione si riferiva a fatti precedenti, che avevano originato nel 1980 un precedente processo, concluso nel 1985. Anche quest’ultimo processo si concluse in primo grado con la condanna delle aziende e del dirigente, sentenza confermata dalla Corte di Appello che però rivalutò il valore del risarcimento.

Edison (la società “erede” di Montedison e quindi di Farmpolant), però, si oppose alla sentenza e fece ricorso in Cassazione. Portando a suo favore tre motivi principali: l’intervenuta prescrizione per i reati contestati; il non aver tenuto conto (da parte dei giudici) che Edison aveva sì acquisito Montedison ma quewst’ultima aveva in precedenza acquisito Farmoplant ma non Montedison Diag, che era l’azienda (collegata) in cui avvenne lo sversamento di veleni. Infine, sostenevano i legali della difesa, i danni risarcibili erano stati mal valutati dal Comune che aveva compreso nei danni subiti anche quelli derivanti da pozzi non oggetto del sequetro legato a quell’incidente.

I giudici della Corte di Cassazione (della terza sezione civile, presieduta da Sergio D’Amato) hanno ritenuto infondati tutte le eccezioni sollevate dagli avvocati dell’azienda. La Corte ha quindi rigettato il ricorso e anche condannato la ricorrente a pagare 20mila euro di spese legali. Dopo trent’anni.c.f.

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