Il Tirreno

«Ma il marmo deve dare ricchezza a tutti»

di Alessandra Vivoli
«Ma il marmo deve dare ricchezza a tutti»

I 30 anni di don Raffaello Piagentini a Carrara «Le cave vanno gestite in modo più equo»

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CARRARA. «Chi sta a Carrara un giorno è carrarino per sempre. E io sono qui da trent’anni».

Comincia così la lunga chiacchierata con don Raffaello Piagentini, 79 anni, da trenta parroco del Duomo, la chiesa della pancia della città.

Dal pulpito, ma soprattutto durante le sue lunghe girate in bicicletta («è tutta in salita ma finora ce la faccio») don Raffaello tasta ogni giorno il polso della sua Carrara. Della sua gente, dei suoi malati e dei suoi poveri di cui ha l’agenda piena e che va a trovare tutti i giorni.

«Non voglio essere il grillo parlante delle magagne carrarine»: ci tiene a dirlo subito don Piagentini che prima di accettare questa intervista ha titubato un po’.

«Perché - spiega - non voglio essere sempre sui giornali, non voglio stare in vetrina, mi stonerebbe terribilmente. D’altra parte - aggiunge subito dopo - essendo sacerdote e parlando tutte le domeniche in chiesa, i problemi socio culturali di Carrara li esplico ogni giorno, attraverso le pagine eterne del Vangelo».

Don Raffaello cominciamo da un tema generale, come giudica il momento storico che stiamo vivendo?

«Cristo non è venuto in terra solo per ascetismo, ma per guarire le nostre piaghe, per vedere se possiamo vivere un po’ meglio. Oggi mi sento schiacciato da una realtà terribile, duemila anni di Vangelo non hanno fatto maturare molto questa umanità: non c’è più la freccia, non c’è più l’arco. Ma c’è la bomba atomica e qualcuno ha paura perché le chiavi della valigetta, quella della bomba, le ha in mano Trump. Bisognerebbe invece vergognarsi, non di chi governa il destino delle bombe atomiche, ma solo per il fatto che esistono le bombe atomiche. L’umanità dovrebbe vergognarsi di se stessa: non siamo venuti al mondo per autoditruggerci».

Parliamo di Carrara: qual è il bilancio dei suoi trent’anni come parroco del Duomo?

«Trent’anni sono tanti e fare bilanci non è semplice. La città è cambiata e posso dire che le due direttrici che maggiormente hanno inciso sulla criticità di Carrara sono la denatalità e la povertà. Sono due elementi che stanno incidendo, pesantemente sulla situazione della nostra realtà. Parto da un dato: in questi trent’anni ho fatto oltre 1200 funerali e neppure 600 battesimi. Cosa vuole dire questo? Che la morte vince la partita con la vita per 2 a 1. Se continua così Carrara sarà spogliata dei suoi abitanti non nel giro di secoli, ma molto prima, non c’è bisogno di andare a scomodare i secoli. Basti pensare che, in questi ultimi anni la forbice si è allargata: ho fatto più di cinquanta funerali, non sono riuscito a raggiungere cinque battesimi e non è perché a Carrara non ci si battezza. È una partita enormemente negativa, una tendenza che deve far riflettere».

Don, lei tasta il polso ogni giorno alla povertà. Com’è cambiato il quadro sociale?

«La povertà per me è una cosa dolorosa. Mi fa soffrire, mi fanno soffire le decine di famiglie in difficoltà, dove non c’è lavoro, dove si fatica a arrivare non alla fine ma alla metà del mese. Qui, a Carrara, ci sono persone a cui manca tutto, anche il pane, il latte e lo zucchero. Una difficoltà che è andata crescendo, da trent’anni a questa parte».

«E allora qui io mi accoloro, allora io considero tutto questo increscioso e paradossale perché dovremmo essere la provincia più ricca della Toscana e guarda cosa siamo: siamo i più poveri».

Don Raffaello perché Carrara è così tanto in difficoltà?

«Lo ridico, io qui mi accaloro. Perché c’è il nodo scorsoio del nostro marmo, la nostra ricchezza, gestita male, condotta male e con esiti negativissimi. Questo è il nodo scorsoio che ti stringe la gola e ti strozza perché abbiamo la ricchezza che tutti ci invidiano e la città è sempre più povera».

«Non voglio ripetere sempre le stesse cose, ma è necessario trovare una soluzione: Carrara ha il diritto di usufruire della ricchezza del marmo, delle sue montagne, in modo più equo. Ne devono godere tutti: questa per me è la strada giusta».

In che modo il marmo può essere gestito in modo più equo?

«Se il marmo fosse lavorato, non dico tutto, ma al 90% qui a Carrara, se ci fossero più segherie e laboratori, se ci fossero più artigiani, potremmo vedere ridotta la escavazione e le nostre montagne sarebbero preservate».

«Ma, attenzione, io non voglio togliere il lavoro ai cavatori, io sono il primo di quattro fratelli, a otto anni andavo a guardare le pecore e le capre in Garfagnana, io lo so quanto è importante lavorare, ho cominciato a farlo che ero poco più di un bambino. Ma credo che gli uomini che adesso sono impiegati in cava potrebbero trovare lavoro al piano, per quella filiera che ha un così bel nome e che di fatto potrebbe portare meno escavazione e molta più lavorazione. Anche perché se andiamo avanti faremo sparire le nostre montagne, quelle che ci consentono di avere il clima mite, che ci proteggono come delle sentinelle. In trent’anni che sono qui io di nebbia non ne ho mai vista, mi basta arrivare a Aulla e, in certe giornate, non si vede a un palmo. Le montagne vanno difese, e invece negli ultimi trent’anni abbiamo portato via più marmo che in duemila anni di storia».

Don Raffaello questa sua voce, questo suo pensiero riesce ad arrivare a chi gestisce le cave?

«Io sono un prete e posso denunciare. Attenzione, non in Procura, io posso solo annunciare il mio pensiero, denunciare in senso latino. Ma non posso sostituirmi a chi ha il potere e il dovere di gestire il marmo. Non posso sostituirmi alle istituzioni. E non aggiungo altro».

«La Chiesa nel nostro territorio ha tante realtà positive, ha tanta solidarietà ma la carità non può sostituirsi alla giustizia. Se ti do il pesce tu mangi. Ma se voglio che tu sopravviva ti devo dare la canna e insegnare a pescare».

Che cosa di buono ha trovato a Carrara in tutti questi anni?

«Potrei parlare del clima, della natura, delle montagne, del mare, della bellezza della città. Ma io qui ho trovato tantissima schiettezza e generosità. I carraresi sono fatti così: se adesso c’è una mensa per i poveri, il Centro Ascolto, il Centro Aiuto alla Vita lo si deve alla generosità dei carraresi. Certo una volta c’erano le associazioni di mutuo soccorso e la generosità la si dovrebbe vedere anche in tanti altri ambiti, ma non è di questo che voglio parlare oggi».

Qual è stata la sua gioia più grande in questi anni a Carrara?

«La gioia è quella che vivo ogni volta che mi vedo attorniato da bambini e quando battezzo una creatura. È la vita che sboccia, è la vita che si afferma e ogni volta mi commuovo di fronte a questo spettacolo».

E il momento più brutto?

«I momenti brutti sono quando purtroppo mi trovo a dire arrivederci alle persone giovani che muoiono per incidenti o per malattia. Uno dei momenti peggiori, di questi ultimi anni, è stato quando la mano di Caino si è insanguinata ancora della mano del fratello. Non posso non pensare al funerale del maresciallo Antonio Taibi (ucciso nel gennaio scorso sulla soglia di casa). Io, lui e la moglie li ho sposati, lo conoscevo molto bene. Dargli l’arrivederci è stato doloroso».

E nel carattere dei carraresi, don, che cosa ha trovato di buono ?

«La loro schiettezza. A Carrara è sì o no. Non ci sono vie di mezzo, quello che pensano in questa terra lo dicono con chiarezza. E questa è la loro forza».

Don Raffaello adesso parliamo di Dante. Ma lei sa davvero tutta la Divina Commedia a memoria?

«Ma no, solo alcuni canti, solo alcune terzine, bellissime. Io ho insegnato a scuola, e con Dante poi ho un legame particolare. Quando sono giù per i coppi io prendo in mano la Commedia e leggo. La sera, prima di addormentarmi, leggo a voce alta, mi piace sentire la metrica, è come una musica che mi culla. E fra Dante e il Vangelo ci sono molte similitudini: ad esempio il monito a non giudicare gli altri. Lo diceva Dante, lo dice il Cristo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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