Proteste
«Subito concessioni e valore vero»
Il consigliere Giuseppe Scattina e il marmo: «Se ci riusciva la Montecatini...»
CARRARA. «Il pronunciamento della Corte Costituzionale sulla questione dei beni estimati ci conferma che i poteri forti sono sempre all’opera per non sottostare alle regole ed alle leggi della collettività e per sfruttarne le risorse a proprio vantaggio. In attesa della soluzione della questione beni estimati, è doveroso non rimandare più tutte le decisioni possibili, necessarie e giuste sulle cave che il Comune può prendere a tutela del bene della collettività»: inizia così l’analisi del consigliere di opposizione Giuseppe Scattina sul pianeta marmo.
Scattina non ha dubbi: «Si è perso troppo tempo e perfino la Corte Costituzionale denuncia l’inerzia sistematica della amministrazione comunale di fronte alle politiche privatizzatorie, sempre in attesa che fosse qualcun altro a tirar fuori una soluzione per non inimicarsi le baronie del marmo. Prendiamo atto che la questione beni estimati non è risolta e che quindi il Comune deve, per ora, rinunciare ad esigere i canoni per una parte del patrimonio delle cave. Se non possiamo legiferare sui beni estimati legiferiamo però con decisione e senza sudditanze, servilismi e timori reverenziali su tutto ciò che ci compete, senza attendere più la Regione che ci ha fatto perdere anni per fare una legge pessima che ha permesso al Governo nazionale (dello stesso colore politico di quello regionale) di impugnarla immediatamente, cosa che fa pensare anche a un gioco delle parti, contro la collettività. Le cave che sono su superficie di proprietà del Comune sono agri marmiferi; quelle ritenute private in base ad un editto della Duchessa estense del 1751 sono beni estimati e poi vi sono cave che sono su superfici in parte agro marmifero e in parte bene estimato. Ebbene, il Regolamento degli agri marmiferi spetta al Comune. Lo si faccia a difesa degli interessi della collettività e non alla ricerca di compromessi al ribasso con la controparte che, quando ci sono di mezzo i suoi interessi, non cerca nessun compromesso, ma si rivolge direttamente alla magistratura, fa ricorsi e ricatta, nel senso che promette investimenti e lavoro (pochissimi) in cambio della concessione di altri privilegi. E’ di pochi giorni fa - ricorda - la richiesta oscena di concessioni della durata di 50 anni, contro ogni logica e interesse della collettività e leggi europee, in cambio di appena 250 posti di lavoro che, si sa, saranno nei fatti molti di meno e nel giro di pochi anni verranno eliminati col turn over e i pensionamenti».
«Il Comune dia le concessioni». «Attualmente ricorda Scattina - la maggior parte delle cave di proprietà del Comune, cioè gli agri marmiferi, vengono lavorate senza concessione comunale. Questa è una violazione della legge. Il Comune deve dare le concessioni, ma solo nel rispetto delle leggi nazionali ed europee (Bolkenstein). Le cave vadano all’asta e i migliori offerenti se le aggiudicheranno per il numero di anni che sarà stabilito. Non ci devono essere più paure e soggezioni nei confronti degli industriali. Se gli attuali “cavatori” dovessero perdere le concessioni, vorrà dire che le acquisteranno altri, probabilmente meno tradizionalisti e chiusi e più disponibili al rinnovamento del settore, di quanto non si siano dimostrati gli attuali imprenditori assenteisti. Va anche immediatamente affrontata l’eliminazione del calcolo del valore del marmo asportato in base a presunte valutazioni medie di ciascuna cava. Il calcolo di quanto ogni escavatore deve alla collettività in cambio dello sfruttamento delle nostre risorse, deve essere fatto sul valore reale di mercato di quanto prodotto, cosa che certamente agli industriali non piace, a dimostrazione che con il ricorso alle valutazioni medie ci guadagnano di più, il nero è più facile e l’evasione fiscale pure. Per raggiungere questo obiettivo il Comune deve porsi seriamente il problema del controllo della produzione in modo capillare, così che non sfuggano né i blocchi, nè gli informi, né i “sassi” e le terre bianche e nere. I sistemi perché ci sia un controllo capillare possono essere elaborati e le proposte possono essere anche diverse. Il problema è aperto, basta che le soluzioni funzionino».
L’esempio della Montecatini». «Non si capisce - aggiunge - perchè ad esempio la Montecatini Marmi, molti anni fa, era in grado di controllare la produzione delle sue cave, blocco per blocco, definendone qualità, tipologia e quantità sul posto, e questo non possa farlo ora anche l’amministrazione pubblica. La Montecatini, dopo la costituzione delle cooperative di Canalgrande, Lorano e Gioia, aveva degli agenti che, quotidianamente, visitavano le cave e controllavano lo stato dei lavori e la produzione blocco per blocco, perchè le cooperative venivano pagate in base alla qualità, tipologia e quantità del prodotto effettivo e non sulla base di una valutazione media. Si può pensare alla costituzione di un corpo di tecnici del Comune che esercitino questo tipo di accertamenti per conto della collettività? Non ci sono controindicazioni e il Comune ha il potere di stabilire un Regolamento per le cave che contempli questi controlli alla produzione. Non necessitano leggi o regolamenti regionali o nazionali in base alle leggi vigenti. Si potrebbe altrimenti esercitare questi controlli alle pese, senza accettare come veritiere le autocertificazioni dei produttori, visto che non è facile credere all’autocertificazione di chi ha tutto l’interesse a dichiarare il meno possibile per pagare meno tributi. Del resto casi di abusi accertati ci sono. Si può cioè prevedere che dei tecnici comunali accertino il reale carico che arriva alle pese (qualità - tipologia - peso). La cosa non è utopistica ».
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