Il Tirreno

«Era un problema anche la pausa per bere il caffè»

MASSA CARRARA
«Era un problema anche la pausa per bere il caffè»

MASSA CARRARA. «Io le gomme le riconoscevo al primo sguardo, mi bastava entrare nel magazzino e sapevo subito quale modello corrispondeva al numero richiesto. Ci vuole tempo per imparare a farlo, per...

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MASSA CARRARA. «Io le gomme le riconoscevo al primo sguardo, mi bastava entrare nel magazzino e sapevo subito quale modello corrispondeva al numero richiesto. Ci vuole tempo per imparare a farlo, per questo dopo il primo contratto mi hanno richiamato. Gli serviva l’esperienza».

Per un operaio, che preferisce non rivelare il proprio nome, due contratti a tempo determinato con la stessa azienda produttrice di pneumatici e due finali diversi: una riconferma e poi il licenziamento. E nella lettera che spiega le motivazioni dell’azienda qualcosa che fa scattare l’orgoglio. Lo accusano di aver sbagliato alcuni ordini e carichi. «Lo sanno benissimo che non è vero – dice amaro – non mi hanno mai neppure mandato una contestazione per questa cosa. Mi hanno licenziato un mese e mezzo prima della scadenza del contratto perché ero l’unico lì dentro che si lamentava quando qualcosa non andava. Alla fine mi hanno fatto pagare il mio rifiuto a fare un lavoro inutile e complesso a fine giornata a orario scaduto, per di più la sera stessa in cui sarei partito per le ferie».

Rendere un ambiente lavorativo un inferno non è cosa complicata, basta fiaccare giorno per giorno le resistenze, fare apparire concessioni i diritti, non pagare il lavoro fatto. Le urla non servono.

«Mi mandavano in trasferta – racconta – anche con poco preavviso. Seguivamo i circuiti internazionali di corse e toccava caricare, andare all’estero, scaricare, passare due o tre giorni fuori lavorando anche 13, 14 ore. Peccato però che la trasferta non era pagata. Gli straordinari manco a dirlo».

Il lavoratore rimane disponibile ma fa capire che bisogna parlare. Non ha intenzione di lavorare gratis, non gli stanno concedendo un’occasione. «In più – continua – si lavorava spesso in modo approssimativo o poco sicuro. Una volta ho caricato un tir che aveva come massimo 15 quintali. Il carico però eccedeva di 6 e mi hanno chiesto di metterne altro. Io mi sono rifiutato, ne andava della sicurezza mia come di quella delle persone per strada».

Si rifiuta e poi torna in sede. Ed è travolto dai rimproveri. «Mi hanno detto che qui si lavora così, che quando c’è da partire si parte e non si fanno storie. Io ero strabiliato». Rimane comunque. Ma l’ambiente è sempre meno sereno. Racconta di colleghi che hanno paura ad andare a prendere un caffé, di pause inesistenti.

Il contratto scade e pensa di aver concluso il suo rapporto con l’azienda: troppe le liti, le incomprensioni. Lui non ha mai abbassato la testa, sui diritti non transige. Eppure lo richiamano tre mesi dopo.

A lui fa comodo, non ha entrate. Le condizioni sono cambiate: stessa mansione ma stipendio più basso, niente tredicesima e quattordicesima, solo le ferie. Accetta a denti stretti.

Lo mandano per fiere espositive: «Organizzavano panel costosissimi e a me un ticket di 5 euro per mangiare. Una volta ne spesi uno in più e mi hanno richiamato».

Stavolta però non dura e a poco tempo dalla scadenza lo licenziano. «Non mi importa dello stipendio, ma su quella lettera che io ho fatto errori non possono scriverlo». La sua battaglia con l’azienda comincia ora.(l.r.d.)

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