Il Tirreno

L’officina è abusiva, arriva il sequestro dopo il blitz del Noe

L’officina è abusiva, arriva il sequestro dopo il blitz del Noe

I carabinieri a Montignoso hanno trovato oli esausti e acidi pericolosi. Nel capannone si costruivano yacht e restyling d’auto

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MONTIGNOSO. Realizzavano imbarcazioni in resina, degli scafi a motore che raggiungevano velocità importanti e per questo molto ricercati dagli appassionati. Ma non solo: ristrutturavano auto d’epoca e anche in questo campo erano decisamente all’avanguardia. Un’officina che era nata da poco, dentro un capannone, tra Massa e Montignoso, che una volta ospitava una segheria andata in disgrazia nell’ultima crisi che ha messo in ginocchio il territorio.

Dal fallimento della ditta l’immobile è finito all’asta ed è stato acquistato da un imprenditore che lo ha risistemato eppoi lo ha dato in comodato d’uso a un artigianato del settore della nautica. Uno che gli aveva presentato un progetto dettagliato e gli aveva fatto toccare con mano quello che si poteva realizzare all’interno di quel capannone. E infatti gli ordini e il lavoro hanno cominciato a prendere piede. Peccato, e si è scoperto in un secondo tempo, che era tutto abusivo. Senza autorizzazioni. E per questo è scattato il sequestro, che ha fatto fermare le macchine.

Sono stati i carabinieri del Noe di Firenze a mettere i sigilli, dopo che si sono presentati ai cancelli dell’azienda montignosina e hanno chiesto all’artigiano di mostrare loro l’ambiente di lavoro. E i militari non hanno impiegato molto a trovare quello che cercavano: oli esausti smaltiti in modo promiscuo, altri rifiuti abbandonati all’aria aperta. Tutto potenzialmente nocivo per la salute di chi lavorava lì dentro e di chi abitava nei paraggi. I carabinieri hanno messo i sigilli e hanno denunciato a piede libero il gestore dell’ex segheria. Il titolare del capannone è riuscito invece a dimostrare di non sapere nulla di quello che facevano all’interno della sua proprietà. O meglio sapeva che c’era un’officina che si occupava di nautica e di auto d’epoca. Una lavorazione di nicchia che però dava parecchie soddisfazioni, anche perché come detto chi se ne occupava lo faceva davvero con professionalità.

La procura è qualche mese che lavora a questa vicenda. Da quando sulla scrivania del sostituto procuratore Roberta Moramarco è arrivata prima una denuncia, poi seguita da un’altra. Qualcuno che aveva notato quei rifiuti all’esterno del capannone e ha capito che potevano essere potenzialmente nocivi per la salute delle persone. I carabinieri della Tutela ambientale hanno trovato oltre agli oli esausti anche degli acidi che servivano agli operai per trattare le resine con cui venivano realizzati gli scafi. Dalla segnalazione è partita una vera e propria indagine, che poi è scaturita nel blitz del nucleo ecologico dell’Arma.

L’artigiano comunque si difende e ai carabinieri ha spiegato di essere in attesa della documentazione che ha richiesto per mettere in regola l’attività. Ma in attesa di quelle carte aveva cominciato a lavorare, perché aveva già una sua clientela. E quel capannone di 700 metri quadri gli serviva per poter esaurire gli ordini che si erano accumulati. Invece per un bel po’ dovrà stare fermo e rischia di finire a processo per lo smaltimento illegale dei rifiuti. Nei prossimi giorni verrà interrogato dal pubblico ministero Moramarco.

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