Il Tirreno

«Incapace di intendere» Ma la corte nega la perizia

Iniziato a Genova il processo d’appello per il duplice omicidio di Fruzzetti e Baria La difesa di Mazzi chiede la consulenza, dopo due ore però arriva il no dei giudici

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MASSA. Nessuna perizia psichiatrica per stabilire se Andrea Mazzi è incapace di intendere e di volere. Almeno per ora, perché il suo legale, l’avvocato Enzo Frediani, ci proverà anche nelle prossime udienze, come ha fatto in primo grado. È iniziato con la richiesta della consulenza, in corte d’assise a Genova, l’appello del processo per il duplice omicidio di Natale, la rissa costata la vita ad Andrea Fruzzetti ed Enrico Baria la notte tra il 24 e il 25 dicembre del 2013. I due ragazzi furono ammazzati a coltellate in via Beatrice, davanti a un circolo dove erano andati per cantare al karaoke. Invece nel locale la lite con Mazzi poi finita nel sangue.

Ieri Frediani - assistito dall’avvocato genovese Emanuele Lamberti - ha rigiocato la carte della perizia psichiatrica, ma la corte dopo aver discusso per più di due ore ha risposto no, motivando il diniego con un dispositivo piuttosto corposo. Anche in primo grado all’apertura del dibattimento la difesa si era vista respingere la richiesta, ma poi nelle successive udienze Frediani aveva ottenuto il consenso a far valutare il suo assistito. C’è da scommettere quindi che a Genova si comporterà allo stesso modo. Perché è questa la carta che potrebbe far saltare il banco e alleggerire di molto la pena di Mazzi (in primo grado è stato condannato a trent’anni).

A Massa due luminari del settore - il dottor Giulio Perugi, docente all’Università di Pisa e il primario di psichiatria del Versilia Mario Di Fiorino - erano stati sentiti in aula. I due esperti avevano visto il giovane omicida in carcere, avevano parlato con lui a lungo, nei giorni subito dopo al fatto e poi nei mesi successivi, lo avevano sottoposto a test e colloqui mirati. «La personalità di Andrea Mazzi – aveva spiegato alla giuria Di Fiorino – è bipolare. Nel 2012 vende la pizzeria, compra un’auto, tutte le sere è fuori, scherza con le ragazze, è “su di giri”, divertente, positivo. L’anno dopo si chiude in se stesso, trascorre giorni in solitudine, in tenda. Qualche mese prima della tragedia, il padre, preoccupato delle sue esplosioni di violenza, lo fa vedere da un medico, il dottor Maurilio Chimenti (che è primario di malattie infettive a Massa), il quale gli prescrive farmaci stabilizzatori dell’umore...». Il medico aveva descritto un Mazzi che, prima dei fatti di Natale 2013 «è l’immagine di un bravo ragazzo che aiuta la famiglia, costruisce un sistema per pescare con il telaio di una vecchia bicicletta», un «ragazzo tutto sommato normale». Un giovanottone che solo quella maledetta notte – questa è in sostanza la tesi sostenuta dai consulenti della difesa – sbotta, “dà di fuori”, con un’esplosione di violenza incontrollata, non commisurata alle circostanze. Quel che altri definiscono “un raptus”, le cui concause possono essere rintracciate – è ancora la tesi del professor Di Fiorino – negli episodi di convulsioni febbrili di cui Andrea aveva patito da piccolo, nella ipertensione riscontrata in età più adulta». In pratica Mazzi è affetto da un disturbo della personalità che affonda le sue radici nell’infanzia; un caso borderline (cioè vicino al limite della psicosi) che trova nella letteratura scientifica una definizione precisa: “disturbo esplosivo intermittente”». Ma la perizia non era servita a fargli avere uno sconto della pena, i trent’anni di condanna anziché l’ergastolo era stato frutto della mancata contestazione delle aggravanti.

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