Sicurezza
L’allerta, vissuta sul fiume
Fabrizio, camionista e volontario Vab: il Carrione io lo guardo nel muso
CARRARA. Il fiume Carrione ha cominciato a guardarlo negli occhi, o meglio “nel muso”, come dice lui, 13 anni fa, in occasione della alluvione che devastò Carrara e si portò via, con l’onda di piena, la vita di nonna Idina Nicolai: «Con la tuta della Vab ho perlustrato in lungo e il largo la via Carriona, cercavamo proprio Idina, era l’unica dispersa. Ricordo che la trovarono più a valle, senza vita, alcuni operai. Fu uno dei momenti più brutti».
Da allora Fabrizio Salviati, 50 anni e un fisico da ragazzo, della Vab è diventato coordinatore. E si dedica a questo impegno da volontario anima e corpo, approfittando delle ferie dal suo lavoro, al volante di un camion del marmo, sù e giù per le cave.
Un lavoro duro, ma ieri era sabato, Fabrizio era a casa ed è stato fra i primi a montare il turno sul ponte di via Pucciarelli, proprio a pochi passi dall’argine crollato, ora rinforzato dalle palancole in attesa della ricostruzione definitiva.
Sì perché dopo quella del 2003 a Fabrizio di alluvione ne è toccata un’altra, pesantissima, quella di due anni fa. Quella che ha mandato Marina sott’acqua e che lui ha vissuto ancora una volta col giubbotto arancione cucito addosso.
«Ricordo che tredici anni fa c’era più sconforto, era la prima volta che succedeva una cosa del genere a casa nostra, nella nostra città. L’onda di piena del Carrione aveva devastato Carrara: il fiume non aveva mai rotto gli argini. È stato un dramma, negli occhi di chi trovavo per strada, a spalare, vedevo la disperazione. Vedevo persone perse, che non sapevano neppure da che parte iniziare - racconta Fabrizio Salviati - Dopo la gente ci ha fatto il callo e ha reagito como solo i carraresi sanno fare, perché quando c’è da faticare noi lo impariamo subito, un po’ come succede alle cave, da sempre».
«A Marina di Carrara, due anni fa - prosegue Fabrizio - la gente è come se sapesse già cosa fare. Quando passavamo con le nostre idorvore, con i nostri mezzi per aiutare a liberare i locali dall’acqua, c’erano uomini e donne con gli stivaloni e le maniche rimboccate, avevano già cominciato a spalare, ad asciugare con i secchi e gli stracci».
E Fabrizio, allora come tredici anni fa, non si è tirato indietro. Ha spalato fango, svuotato cantine, e aiutato chi aveva perso tutto a rimettersi in piedi. «Come Vab - continua - abbiamo dato una mano anche a coordinare tutti i ragazzi delle scuole, davvero tanto, che sono venuti ad aiutare e che hanno davvero dato un grande contributo a chi in quei momenti, subito dopo l’esondazione, aveva la casa devastata dall’acqua e dal fango».
Giorni e giorni di duro lavoro, e un solo rammarico: «C’erano due donne rimaste intrappolate in casa, madre e figlia, che sono state liberate solo dopo un paio di giorni. Ebbene io ricordo che in quella zona, in via Cairoli e via Argine Destro ci sono passato notte e giorno. Ecco mi dispiace non aver colto alcun segnale, non essermi accorto che c’erano quelle due donne ancora prigioniere nella loro casa».
I sgenali ieri Fabrizio Salviati ha cercato di cogliere nel Carrione. Lo ha guardato nel muso per tutta la mattina. Poi un salto a casa, pronto a una eventuale emergenza: «perché - dice - il fronte del maltempo è intenso, non bisogna abbassare la guardia». Nemmeno di sabato sera. nemmeno dopo una settimana di lavoro in cava e una trasferta nelle zone del terremoto.
«Ma non mi sento un angelo del fango - scherza - mercoledì scorso sono rientrato da Muccia, una delle zone terremotate. Ho approfittato del ponte dei Santi per andare giù a montare una tensostruttura di trecento metri per quindici che ospiterà una mensa. Dai sassi al fango, da una emergenza all’altra: non c’è neppure il tempo di pensare. Quando ti chiamano devi solo infilare gli scarponi, o gli stivali, il giubbotto e partire».
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