Il Tirreno

«Cosa resta? Il terrore»

di Alessandra Vivoli
«Cosa resta? Il terrore»

Sabrina, Milva e il cane Black: il trauma del fiume che ti porta via tutto

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CARRARA. «Io quella mattina di due anni fa me la ricordo come fosse ieri. Stavo aprendo il cancello per andare a lavorare, un attimo dopo il disastro. Non ho avuto paura di morire, ho pensato di morire. In quei momenti, con la testa su e giù dall’acqua, mi veniva in mente il naufragio della Concordia. Povera gente, mi sono detta, ora anch’io so cosa significa morire annegati».

Sabrina Bertoloni è fatta così anche in uno dei momenti più drammatici della sua vita si è preoccupata per gli altri. E, il 5 novembre di due anni fa è stato il pensiero dei genitori a farla rientrare nella casetta con un pezzo di giardino proprio sotto l’argine del Carrione, in via Del Medico. «Ho visto l’acqua salire, ma mai avrei pensato a quello che sarebbe successo di lì a pochi secondi- racconta oggi, in una giornata piena di sole nel giardino di casa - Ho detto ai miei genitori di uscire perché il fiume era grosso: abbiamo aperto la porta e l’onda ci ha preso». «Mi sono trovata immersa nell’acqua e nel fango - continua - non trovavo nulla a cui appigliarmi, la corrente mi portava giù, mi aggrappavo alle pareti, lisce, dei box della ditta qui accanto. Stavo perdendo le forze: i miei genitori erano appesi a un blocco, il mio cane Black erano riusciti a issarlo sopra. Mio babbo si è staccato e mi ha tratto in salvo».

Stessa angoscia, stessi occhi spaventati sono quelli di Milva Del Padrone, la mamma di Sabrina. «Ho aperto la porta di casa e l’acqua gelida mi ha colpito al petto, mi ha bagnato la pancia, le gambe - ricorda - Avevo la camicia da notte, ho perso la biancheria, l’impeto dell’acqua mi ha strappato tutto. Pensavo: io sono diabetica, se mi portano all’ospedale chissà che vergogna».

Sabrina e Milva dopo quel 5 novembre di due anni fa sono rimaste fuori di casa per tre mesi: «Ci ha ospitate una mia collega di lavoro, del Biscottificio Dogliani - racconta Sabrina- In questa vicenda abbiamo avuto tanta solidarietà, la gente veniva in fabbrica, mi portava vestiti, qualsiasi cosa».

«A 75 anni, dopo 44 anni di matrimonio ho dovuto ricomprare tutto il corredo, come una sposa giovane - dice Milva - Non avevamo più nemmeno un fazzoletto, la cucina, una parte delle camere, la sala: tutto ci ha portato via il fiume. Anche quel po’ di oro, anche i ricordi».

«Il mio cane, Black, aveva solo sei mesi - aggiunge Sabrina - Ha avuto un trauma: ancora oggi ogni volta che piove, quando sente il temporale, prova la nostra stessa angoscia. Lo abbiamo portato in cura da una psicologa, a Forte dei Marmi: ci ha dato una mano, ce lo sta curando da due anni senza volere un soldo».

E i soldi sono la nota dolente per questa mamma e figlia colpite così duramente dalla furia del Carrione.

«Mi hanno dato 5mila euro e un materasso - spiega Sabrina - Solo per rimettere a posto la macchina ne ho spesi 10mila. Ho dovuto ricomprare tutto, rifare gli impianti, ricominciare da zero. E per avere i contributi ci chiedono le fatture, per andare avanti abbiamo contato solo sulle nostre forze, fino ad oggi è stato così».

Oltre al danno la beffa: una strada chiusa (via Argine Destro è percorribile solo fino all’ingresso della segheria Doganella) e la viabilità alternativa, dentro a villa Ceci, consentita solo ai camion. Anche uscire di casa non è così semplice qui in via Del Medico, la traversa di via Argine Destro dove abitano Sabrina e Milva,

«Per andare al lavoro devo fare il giro da Marina - racconta Sabrina - e alla fine del mese anche quelli della benzina sono soldi. Dopo due anni, la situazione per noi è ancora pesante. Cosa resta? Resta il terrore, la paura di rivedere quell’onda di acqua e fango. E poi c’è la speranza, quella sì, che il nuovo muro sia costruito bene, che sia in grado di proteggerci, di trattenere la furia del fiume. E di farci dormire. Anche quando piove».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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