La protesta
Aiuto, ho aperto il mio negozio in via Europa
Il grido di allarme di un commerciante La strada è capolinea: sporca e nel degrado
MASSA. Lui ci ha creduto, ci ha creduto davvero. Così tanto da mettersi le mani in tasca. E adesso, dopo due anni e mezzo di lavoro e di fatica, si pente amaramente, costretto ad ammettere che investire a Massa «è stato un errore, un clamoroso errore». E lo è stato perché via Europa non è città, è profonda periferia, è strada dimenticata, è un capolinea senza panchine, senza pensiline, senza cestini. La conferma di come il provvisorio diventi definitivo.
Tre anni fa Marco Saporiti, spezzino, decide di fare di un sogno un progetto: vuole aprire un negozio di abbigliamento. Marchi di qualità, prodotti rigorosamente made in Italy. Sceglie Massa e nasce Aigle Noir. In via Europa è libero il fondo che per anni ha ospitato le opere dell’artista Collecchia. Certo, prima di mettere sul tavolo il denaro, Marco vuole vederci chiaro: «Il fondo mi piaceva molto, a due passi dal centro e dal grande parcheggio di via Turati. Non mi è sfuggito che lungo la strada sostavano gli autobus, mi sono quindi informato e mi è stato garantito che entro la fine di quell’anno di corriere lungo via Europa non se ne sarebbero più viste».
Impegno non mantenuto perché passano tre anni e il fumo nero dei bus regala ancora a via Europa un clima da Londra in piena rivoluzione industriale. Capolinea a due passi dal centro e senza alcun servizio. Così chi aspetta il bus e non trova un angolo in cui sedersi, non ha alternativa: le soglie dei negozi si trasformano in comode - forse non troppo visto che sono molto basse - panchine. E l’attesa - si sa - porta noia: così c’è chi fuma una sigaretta, chi sgranocchia patatine, chi si beve una Coca. Poi, quando il bus arriva, rimangono i segni dell’attesa: la lattina a terra, la cicca spenta contro la vetrina, il sacchetto di patatine. La maleducazione c’è, i cestini no. Tutti seduti sulla soglia del negozio e se vuoi entrare o dare un’occhiata alle vetrine ti tocca la gincana e una infinita litania di “Mi scusi, mi farebbe passare, permesso, mi perdoni”.
Marco Saporiti è deluso: ha realizzato un moderno e curatissimo negozio a due piani, ha dato lavoro, è costretto ad impugnare la ramazza ogni mattina per ripulire di fronte alle sue vetrine: «Amo l’arte, ospito esposizioni di quadri, finanzio opere teatrali, investo sulla qualità, ma dall’amministrazione non ho alcun riscontro. Ho acquistato due grandi vasi di design - Marco si affida all’esempio - li ho pagati 600 euro ciascuno e adesso sono ridotti ad un bidone». Qualcuno si prende la briga di alzare le piante che quei bidoni ospitano e lascia cadere l’ultimo pezzo di focaccia, la bottiglia vuota, la cicca, le cartacce. E quando arriva Natale gli addobbi si fanno solo all’interno: Se metti qualcosa fuori dalla porta, dopo qualche minuto non lo ritrovi più».
I commercianti tirano avanti al grido di “resistere, resistere”, forti della professionalità e dei clienti fidelizzati: «Perché qui non passa più nessuno, qui di gente nuova non ne viene”. Piuttosto i massesi quella via la evitano. Marco ha installato le telecamere all’interno del suo negozi e per ben sei volte gli è stato chiesto da passanti se avessero ripreso lo scippo di cui erano stati vittima. Una strada «a trenta passi da piazza Matteotti, ma condannata ad essere periferia, zona degradata». Area di serie B: «Anche il cestino sull’Aurelia (il negozio Aigle Noir è all’angolo) non lo svuota mai nessuno». Così Marco, tre anni dopo un investimento è costretto a mettersi in dubbio: «Lo ammetto: sto pensando si lasciare Massa». E se lui se ne va, la città avrà guadagnato un altro fondo vuoto e un altro triste cartello. Affittasi.
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