Gioco
Addio a Bonotti, l’imprenditore umile delle pompe funebri
Il ricordo del nipote Paolo Scalfo: poteva vivere da nababbo ma girava in utilitaria, aveva un grande senso dell’onestà
MASSA. È morto Ettore Bonotti, decano degli imprenditori funebri, aveva 88 anni ed era considerato da tutti un uomo buono, un uomo perbene. Le sue ceneri, dopo il funerale che, per sua volontà, verrà celebrato in forma laica e privata, saranno sistemate assieme a quelle dei suoi due cagnolini, sotto un ulivo del suo grande giardino.
Tutti conoscevano Bonotti, in tanti gli dissero grazie, in troppi gli dovevano qualcosa, perché lui era un generoso, un altruista, che preferiva donare, piuttosto che pensare al suo benessere. Credeva nella dignità della morte, e nel suo lavoro, un po' traghettatore di anime. Il suo ricordo è affidato al nipote Paolo Scalfo, che oggi lavora nella ditta "Bonotti e Scalfo srl", nome arrivato recentemente, perché da sempre era stata la ditta "Ettore Bonotti". Una garanzia. Personaggio unico nel suo genere, Ettore nasce a Massa e diventa maestro di scuola elementare a soli 20 anni: «Prendeva la sua bicicletta- racconta il nipote- e si recava a Forno, poi alla Partaccia, poi a Casette ad insegnare ai ragazzi. Leggeva tantissimo, diceva che, non potendo viaggiare per il mondo, come avrebbe voluto, avrebbe letto e imparato di quei luoghi ugualmente, attraverso le enciclopedie, le guide turistiche, i romanzi storici. E così fece fino quasi alla sua morte. Infatti a noi diceva: ho viaggiato tanto anche questa settimana. Aveva soltanto letto uno dei suoi libri». Il "maestro", come lo chiamavano le donne dei paesi a monte, alla morte del padre decise di proseguire l'attività di famiglia, quella di pompe funebri, una delle prime nate in provincia, la ditta della famiglia Bonotti dal 1889; così lasciò l'insegnamento e iniziò a lavorare per i morti e lo fece per 65 anni consecutivi. "Ci teneva tantissimo- racconta il nipote-; pensate che si costruiva le casse da solo, prima di legno di castagno, poi di zinco, perché quando le acquistava già assemblate le trovava troppo piccole". "Il morto ci sta stretto in queste casse- diceva- ; risparmiano sui materiali e io me le faccio da solo": così lavorava con le sue mani prima le casse di castagno, poi quelle di zinco, acquistando direttamente i rotoli dai fornitori. L'ultima cassa l'ha assemblata personalmente nel dicembre del 2015. "Ultimamente abbiamo assistito ad alcune esumazioni- racconta sempre il nipote-; sono operazioni delicate perché la casse possono rompersi, ma non quelle fatte da Ettore. Si sentono ancora gli operai dire: questa è una Bonotti, non si rompe neanche con la ruspa».
Ha creato un impero, ma non si è mai arricchito per se stesso: ha lasciato molto alla famiglia, alla seconda moglie Giovanna e ai nipoti; si faceva pagare a rate da chi non aveva i soldi per il funerale, sia quando il costo delle casse era "un po' ad occhio", dopo la guerra, sia da quando è arrivato l'euro e ancora ci sono famiglie in debito con lui; non lo considerava solo un lavoro, ma una missione. «Avrebbe potuto vivere da nababbo- dice Paolo Scalfo- invece girava con una vecchia utilitaria ed è morto con un solo dente in bocca; non era tirchio, era un risparmiatore». Di lui la gente ricorderà la grande onestà «all'interno di un settore dove è facile perdere la retta via- dice il nipote- ; dove gli interessi sono enormi e il business è dietro la porta. Lui no, lui era diverso». E se dovessimo salutarlo con un aneddoto, «sarebbe uno dei suoi siparietti con i preti- conclude il nipote-; discuteva spesso con alcuni di loro perché voleva che pagassero le tasse; diceva che erano privilegiati e che lui, invece, avrebbe sempre lavorato solo per pagare le tasse. Un contribuente come lui l'Italia non lo avrà mai più».
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