Il Tirreno

La ricerca di nuovi filoni di cava Lucio Boggi boccia il regolamento

Per il consigliere del Pd è oscuro e non chiarisce se il Comune voglia investire ancora nel lapideo A chi si fa carico di individuare le nuove “vene” non è garantita né la concessione né un indennizzo

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CARRARA. La commissione marmo è impegnata nell’esame del nuovo testo del regolamento degli agri. Ieri in particolare è stato discusso l’articolo dedicato al permesso di ricerca di nuovi filoni di marmo. Ma secondo il consigliere comunale Lucio Boggi (Pd) non è chiaro quale strada l’amministrazione voglia percorrere. Un articolo tutto da riscrivere perché, così com’è, non permette di capire quale sia la linea scelta dall’amministrazione sul fronte della ricerca di nuovi filoni di marmo.

È, appunto, il parere che Lucio Boggi, consigliere comunale Pd ed esperto di lapideo, ha espresso davanti alla commissione marmo, presieduta dal Cristiano Bottici (Pd) alla presenza del dirigente del settore Antonino Criscuolo. Al centro del dibattito l’articolo 4 del nuovo regolamento degli agri, quello dedicato al “Permesso di ricerca”: si tratta del capitolo della norma dedicato alle attività finalizzate all’individuazioni di nuovi “filoni” di marmo dalle quali, in caso di esito positivo, potrebbero nascere nuove attività estrattive.

Secondo Boggi però dal testo non si capisce se l’intenzione dell’amministrazione sia quella di incentivare o scoraggiare questa ricerca. «Se il Comune vuole valorizzare il suo patrimonio e quindi avere più cave da mettere all’asta allora deve promuovere la ricerca, cosa che questo articolato non fa» afferma l’esponente del Pd, aggiungendo che se secondo il municipio il numero attuale di attività è sufficiente, allora non è necessario “normare” i permessi di ricerca, basta non concederne più. Boggi poi entra nel merito della questione, partendo dalla prima ipotesi quella cioè che vede Palazzo Civico impegnato nella promozione della ricerca.

«Questa attività si può concludere in modo positivo, e allora non ci sono problemi» spiega il consigliere comunale, precisando che nel caso in cui venga trovato materiale di pregio e si proceda all’apertura di una “nuova cava”, il procedimento di gara pubblica per l’assegnazione della concessione prevede la commercializzazione - a cura del comune - del marmo rinvenuto e un indennizzo per il “ricercatore”, che pure non ha la certezza di vedersi assegnare la concessione per la nuova cava.

«Il problema è se la ricerca ha un esito negativo» aggiunge Boggi, spiegando che regolamento alla mano, in questo caso, “il ricercatore” non ha alcun rimborso.

«Il municipio non saprebbe che fare del materiale trovato e il rischio per l’impresa sarebbe davvero troppo alto. Perché non consentire allora al “ricercatore” di commercializzare lui il marmo trovato?» ipotizza l’esponente democratico, lasciando intendere che la vendita di quel materiale, per quanto di scarso pregio, potrebbe parzialmente compensare l’impresa delle spese di ricerca. Il rimborso infatti è previsto solo in caso d’asta, dunque se il materiale trovato vale l’apertura di una nuova cava: in caso contrario il ricercatore ha tutte le spese a suo carico, da quelle di ricerca a quelle di ripristino del sito.

«Bisogna decidere se vogliamo puntare sul marmo, su nuove cave per creare economia e fare occupazione, oppure se vogliamo prendere una strada diversa e non aprire più cave» sintetizza Lucio Boggi, lasciando intendere che il regolamento degli agri, così com’è, non solo non incentiva la ricerca ma rappresenta una “via di mezzo” che non accontenta nessuno.

Cinzia Chiappini

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