Il Tirreno

«Il mio “no” alla ceramica effetto marmo»

di Alessandra Vivoli
«Il mio “no” alla ceramica effetto marmo»

L’analisi del settore lapideo di Roberto Pucci «Sta succedendo come per il parmigiano»

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MASSA CARRARA. La crisi del lapideo. La situazione internazionale dei mercati. La filiera apuana e gli investimenti - attuali e futuri - a Massa Carrara (e in Versilia) della famiglia Bin Laden.

Di questo, e di molto altro parla l’ex sindaco di Massa Roberto Pucci, nelle vesti di imprenditore di spicco del settore della tecnologia apuana (è patron della Prometec) e uomo di fiducia, da oltre trent’anni dei sauditi della CPC holding. Ed è proprio Pucci a lanciare un allarme importante per il settore lapideo, quello della concorrenza sleale delle ceramiche italiane che irrompe nei mercati, soprattutto quelli americani, con lastre dai nomi carraresi. Si tratta, in sostanza di ceramica dipinta, ma si chiama statuario, calacatta, arabescato. E di questi materiali naturali ne riproduce venature e colori. Insomma una sorta di caso “parmesean chesse”, all’ombra delle Apuane.

Ingegner Pucci cominciamo dall’inizio. Qual’è lo stato del settore lapideo?

« Cominciamo col dire che non si esce da un periodo di crisi. Ma quest’anno c’è un rallentamento dovuto a tanti fattori, dall’assetto geopolitico mondiale principalmente e dal calo del prezzo del petrolio. Bisogna considerare, infatti, che molti paesi importatori delle nostre pietre sono produttori di petrolio: la crisi del prezzi ha fatto bene da un lato ai consumi italiani, ma ha fatto altresì in modo che si fermassero le importazioni di marmo e i grandi investimenti in quei mercati. Un discorso a parte - continua - è legato ai conflitti: il quadro generale vede bloccati dalle guerre alcuni paesi tipo Libia, Siria e gran parte del Nord Africa, paesi di sbocco fondamentali per i nostri materiali, e soprattutto di materiali non particolarmente pregiati e quindi più difficili da vendere». «Insomma, per riassumere la situazione se fino al 2015 l’andamento del settore è stato molto buono soprattutto per blocchi, lastre e lavorati, quest’anno c’è un rallentamento dovuto a fattori geopolitici e anche alla concorrenza sleale portata avanti dai produttori di ceramica italiani».

In che modo i produttori di ceramica fanno concorrenza sleale al nostro marmo?

«Succede soprattutto nei mercati americani, in queste piazze le pietre naturali stanno andando ancora bene ma con un grande pericolo all’orizzonte sul quale il settore lapideo non ha ancora meditato a fondo. Il pericolo è la concorrenza dei produttori italiani di ceramica, appunto, che hanno cominciato a fare i grandi formati (tipo lastre, 1800 X3600) che non solo copiano e riproducono le venature, l’immagine del marmo, ma ne assumono anche i nomi. In sostanza si tratta di lastre di ceramica, ma si chiamano come i materiali apuani più belli: calcatta, arabescato, venato, e statuario».

«Questo - prosegue - crea grande confusione nei mercati internazionali: insomma sta accadendo un po’ come per il nostro formaggio parmigiano, che ha dovuto combattere la concorrenza del parmesan cheese. Il danno che ci arreca questa concorrenza, delle lastre di ceramica chiamate con il nome dei nostri marmi, è duplice: da un lato si tratta di materiali che possono essere confusi (da chi non è esperto) per i nostri, venduti a prezzi molto inferiori. Ma c’è anche un’altra cosa: lo statuario, il calacatta e l’arabescato riprodotti sulla ceramica a causa dell’usura possono sbiadire, facendo così una cattiva pubblicità ai nostri prodotti. Si tratta di un problema serio e sono convinto che il settore dovrebbe cominciare a difendere i propri materiali. I produttori delle pietre naturali devono fare una battaglia a tutela dei proprio prodotti e so che anche Assindustria si sta attivando per difendere la qualità dei materiali apuani».

I materiali apuani hanno conquistato il gruppo Bin Laden?

«E giusto precisare che dal 1985-86 il gruppo Bin Laden ha cominciato a importare i primi marmi bianchi che in quei paesi prediligono perché associato all’idea di purezza e anche perché si scalda molto meno rispetto ai colorati. Io i Bin Laden li ho conosciuti trent’anni fa, e lavoro con loro da allora. SI sono innamorarti del sistema Carrara: è l’unico che può offrire le quantità di marmo che servono a loro, con la qualità e l’uniformità della lavorazione. Questo ha portato il gruppo a fare investimenti importanti, prima nella Marmi Carrara, poi nella produzione di filo diamantato».

Questo ha dato nuovo impulso alla filiera?

«La salute della filiera del marmo non è legata agli investimenti del gruppo Bin Laden. Nel nostro distretto ci sono aziende che lavorano con i più grandi architetti del mondo. E non bisogna dimenticare che i lavori più difficili passano per il nostro distretto: qui ogni pezzo ha nome, cognome e indirizzo.

Cosa pensa della legge regionale sull’escavazione?

«Io credo che l’escavazione debba essere, come del resto è, regolamentata. Perché si riesca a fare un lavoro serio occorrerebbe che la Regione acquisisse tutte le informazioni relative ai giacimenti, la loro qualità quantità e posizione, per poter così determinare la quantità estraibile all’anno. Questo lavoro che propongo dal 1998, quando ero sindaco, non l’hanno mai fatto. Ne avevo parlato con l’allora assessore Tommaso Franci, lo ritengo ancora strumento necessario per il piano cave e la tutela dell’ambiente».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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