Il Tirreno

Commercio, no alle soluzioni tampone

Commercio, no alle soluzioni tampone

Confimprese: macché liberalizzazioni, servono aiuti e sconti sulle imposte a chi investe nel settore. Altrimenti si muore

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MASSA. Confimprese non ha dubbi: il Comune sta a preoccuparsi della pagliuzza e non si accorge della trave. Sì perché l’associazione è convinta che metter mano al piano delle funzioni, permettere ad una parrucchiera di aprire bottega dove prima c’era un’attività di servizio, sia semplice palliativo, tentativo di curare una malattia terminale con un’aspirina. Perché - e Claudio Lotto, presidente di Confimprese lo ribadisce - quella del commercio è una malattia grave e i sintomi del malessere - per proseguire con la metafora medica - ci sono tutti. Non serve quindi l’aspirina, ma una terapia d’urto e quella terapia è un piano del commercio, una politica di rilancio, la defiscalizzazione per chi si fa coraggio e apre un’attività, l’esonero dalle imposte per chi investe nonostante la crisi. Perché - Confimprese tira le somme - se il commercio muore, muore l’intera città.

«Noi crediamo- si legge in una nota dell’associazione - che il problema non sia nel dire se in un fondo di Piazza Aranci possa aprire un’attività di ristorazione, piuttosto capire la valenza del settore commerciale nell’economia cittadina e nel tessuto di ogni agglomerato di qualsiasi grandezza esso sia, dal piccolo paese di montagna alla grande città. Dove c’è commercio, c’è vita, c’è ricchezza e c’è soprattutto occupazione: la marea di fondi sfitti - Claudio Lotto va al cuore del problema - rappresenta l’esatto contrario di questa nostra tesi». Un settore in ginocchio e che a rialzarsi proprio non ce la fa. Non ce la fa perché - è la lettura di Confimprese - «in questa città negli ultimi 20-30 anni poco si è fatto a favore del commercio: mancano i piani, mancano le destinazioni urbanistiche, manca una politica ed uno spirito di quello che questo settore può e deve rappresentare. Crediamo che le amministrazioni che si sono succedute abbiano navigato a vista favorendo, forse anche perché la legislazione lo consentiva, la media e grande distribuzione senza pensare che il piccolo commercio tiene in vita una comunità». Il negozio di vicinato come modello di relazione: «Un’ attività a Forno o a Pariana rappresenta per i cittadini di quelle zone un riferimento costante anche dal punto di vista dei rapporti sociali e di comunicazione. Chiudere quei locali vuole dire far morire quelle frazioni, soprattutto a danno delle persone anziane, che hanno difficoltà di mobilità». Il simbolo del «fallimento delle politiche commerciali del Comune», Confimprese lo vede nelle due gallerie cittadine: «Transitando da quelle parti si percepisce la desolazione».

Una desolazione a cui - spera l’associazione - deve essere trovato rimedio attraverso una progettazione mirata: «Occorre un’ inversione di tendenza usando una terapia d’urto che non può essere solo quella del cambio di destinazione d’uso, come un’aspirina in un malato terminale, ma interventi mirati a sostegno del settore». E su quegli interventi Confimprese ha le idee chiare: «Defiscalizzazione, esonero cioè di imposte e tasse comunali per chi investe in attività commerciali per un periodo da due a cinque anni, aiuti ai giovani che aprono attività attraverso convenzioni con le banche locali in cui il Comune si interponga come garante. E ancora, abbattimento dell’Imu ai proprietari che affittano a prezzi di mercato». Questa la cura “pesante” per il commercio malato, cura da «estendere non solo al centro e al centro storico, ma anche a Marina e a tutto il territorio comunale, con particolare riferimento alle frazioni montane.

Insomma, aiuti concreti e sgravi a chi nel settore commerciale ci crede e ci investe. Perché se decidi di metterti alla prova e apri un negozio, l’eventualità di avere sconti sulla Tari - per fare un esempio - ti rassicura, ti consente di partire con un piccolo vantaggio o almeno con minori zavorre, di autorizza a concederti una boccata d’ossigeno.

Chiara Sillicani

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