Il Tirreno

Gallerie in città, il deserto che avanza

di Libero Red Dolce
Gallerie in città, il deserto che avanza

I negozianti: «È sparito il passeggio, è dura». I gestori del bar: «C’è bisogno di portare qualche evento dal centro a qui»

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MASSA. «La galleria è morta, o meglio, sta morendo. Lentamente, con i negozi che chiudono e il passeggio che manca». La diagnosi per il paziente è senza appello: la malattia è allo stadio terminale. Prima di arrivare a questo stadio però, quali sono stati i sintomi? E siamo sicuri che non esista una cura?

Il verdetto fosco viene da Salvatore Canto, proprietario insieme alla figlia Carmen di Mondo Piccino, un negozio per l’infanzia in galleria. Quarant’anni di attività nel commercio, uno che saracinesche che si alzano e abbassano ne ha viste tante. «Siamo distaccati dal centro – spiega con calma rassegnata – eppure siamo a due passi. È come se fossimo periferia, un centro periferico».

La galleria Leonardo Da Vinci è in una posizione, che almeno teoricamente, dovrebbe essere strategica. Uno snodo di passaggio tra piazza Liberazione e piazza del Teatro. Aperta su quattro lati, meno nascosta di altre. Potrebbe essere una bocca di uscita ed entrata dal “centro” vero e proprio. «La gente gira tra via Dante e piazza Mercurio – sostiene Salvatore – altro che accesso al centro. Qui vengono perché conosco il negoziante dove vanno da anni, mica per il gusto di girare tra le vetrine».

Anche perché a specchiarsi nelle vetrate ci si trova più di una volta di fronte alla propria immagine riflessa con accanto un bel cartello “affittasi”. “Prezzi modici”, ha aggiunto a penna uno dei proprietari. Due parole che valgono più di mille analisi su costi e benefici.

Su uno dei due corridoi speculari che s’immettono su piazza Liberazione c’è una delle attività più vivaci di tutta la galleria. Provare a immaginarla senza conduce dritti all’immagine di un luogo semi desertico. Chi lo gestisce, Giovanni Spallarossa e la sua compagna, sembra conoscere una lingua perduta da queste parti, quella dell’ottimismo. «Abbiamo cominciato qui, veniamo dalla Liguria – racconta Giovanni – e per noi è una situazione positiva. I nostri clienti sono riparati dal caldo e dal freddo, si fermano qui e il bar è animato». A farsi un giro per la galleria non c’è dubbio che la metà o quasi delle presenze graviti attorno al loro caffè.

Non è una visione ingenua la loro. «I problemi ci sono, e risparmio di tirare in mezzo la crisi perché lo hanno detto tanti e meglio di me. Qui alla Da Vinci la cosa che più salta l’occhio è la fatiscenza complessiva del supercondominio che ci ospita. E magari il Comune dovrebbe portare qualche attività dal centro a qui», fa notare Giovanni. Lo lasciamo a riempirsi le mani di impasto e a scherzare con i clienti abituali e non.

Mentre le voci del bar si affievoliscono passiamo nel corridoio accanto. Sembra di stare in un altro mondo, una cartolina dal disastro. Un corridoio intero senza nemmeno un’attività aperta. Solo annunci di affitto, polvere e qualcuno che passa senza nemmeno alzare la testa.

La galleria è bipolare, con un’area ancora viva e una del tutto depressa. Da qui parte la cancrena, avanza la morte di tutto il sistema.

A fare da tappo c’è, ci sono, i Manicaldi della salumeria Paolo e Romeo. Ad angolo tra i corridoi. Uno di quei negozi di un tempo, a metà tra un piccolo market e la bottega con i prodotti di qualità. «Siamo qui dal 1999, e in galleria da 30 anni», fa presente Paolo, il titolare. «Dieci anni fa non era così – continua – nel mio settore eravamo una ventina, ora meno di dieci». Sopravvivenza quindi. «Io ho passione, però si pensa di chiudere. I figli fanno altro, io vengo dall’Emilia, l’età della pensione c’è». Un patrimonio di conoscenze e culture culinarie che rischia di scomparire, fagocitato dalla grande distribuzione.

Di fronte c’è Leyla, italo-turca che vende scarpe. «Quando c’erano più negozi, più luci, la gente si fermava. Ora si va avanti con i clienti di sempre. Almeno finché va».

Bisognerà trovare soluzioni, riconnettere il centro e questa “prima periferia”. Altrimenti quello che abbiamo raccontato, rischia di diventare un inventario di cose passate.

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