Gioco
Negozianti in galleria: una vita in trincea
I fondi sfitti aumentano e la clientela diminuisce. Per chi lavora servono più iniziative e diversificazione dell’offerta
MASSA. Il semaforo si accende con intermittenza regolata, le sue tre luci armonizzano il flusso di macchine e pedoni. È piazzato come un piantone davanti a uno degli ingressi della galleria Michelangelo. Si accende il segnale verde per i pedoni: una volta, due, cinque. Attraversano in tanti, nessuno entra nel corridoio della galleria. Al sesto semaforo un uomo, solo, entra e si siede al bar Byblos, ignorando ogni altra vetrina.
«Il semaforo è come un posto di confine – spiega la proprietaria Roberta – in centro il Comune organizza iniziative, cerca di rendere vive le strade. Da qui in giù, fino all’Oviesse, pare che sia un posto dimenticato, ci arrangiamo noi senza nessun supporto». Eppure Roberta dentro la galleria ha deciso di andarci di sua volontà. «Prima avevo un bar a Marina – continua – però ho preferito trasferirmi qua. Meglio lavorare durante i restanti nove mesi dell’anno che durante i tre estivi. Si potrebbe fare di più, organizzare incontri o mostre, ».
È questo il senso delle gallerie, nate nella Parigi ottocentestca: passaggi nella città, che permettevano la sosta e attività ricreative attraversandola. E il bar ne erano il fulcro, come succede anche qui. Per rispondere all’esodo il comune ha proposto di frazionare i fondi sfitti, per provare ad attrarre più commercianti. «Lasciamo da parte per un attimo il problema di frazionare – ragiona Riccardo Lenzetti che in galleria ha un negozio di occhiali – o quello delle domeniche aperte. Uno dei fondi da vendere è quello della libreria, un lotto intero. Se lo frazionano magari arrivano due piccole attività, aprono due mesi e poi chiudono. A che serve?».
Per Lenzetti i problemi sono altri . «Prima di tutto bisogna differenziare, avere negozi di più tipo. Io penso che sia un vantaggio stare qui sotto, d’inverno siamo riparati dal maltempo, il corridoio crea visibilità per tutti. Però servono più attività, magari alimentari come un gelataio, che catturino l’attenzione anche di chi qui ci passa per caso». Però dentro la galleria c’è il bar, il barbiere, il tabacchino, tutte attività che possono attrarre passanti. «Vero – ammette Lenzetti – ma il problema più grande è la mentalità: i soldi per gli acquisti sono pochi e questo non cambia dal centro ad altrove. È un dato di fatto. Le aperture di domenica sono il primo a non farle: non hanno senso fatte in pochi, ma manca accordo e programmazione».
I clienti che entrano nella “L” del corridoio della galleria sanno già cosa cercano. Non c’è trambusto da shopping. I clienti di un negozio difficilmente diventano un’occasione per altri. Ed è un problema, perché qui un negozio che chiude in realtà è un danno per tutti gli altri.
Sergio Cantarelli è il proprietario dell’unica gioielleria. Il negozio è griffato Morellato, gli hanno fornito i materiali per arredarlo. «Mi hanno cercato loro – dice fiero – io prima avevo un laboratorio sopra, ho continuato a lavorare bene e sono qui. Non credo che la galleria in sè sia un problema, come commerciante so che avere altri negozi intorno, purché attivi e di qualità, mi favorisce. Se qualcuno chiude, e la galleria sembra più triste, meno persone verranno. Si perde la forza dello stare assieme. CI vuole pragmatismo. Alle gallerie serve luce, altrimenti sembrano brutte? Illuminiamole. Serve un nuovo pavimento? Attrezziamoci, cambiamolo. Bisogna anche avere una sponda nell’amministrazione, non fare tanto per farlo. La raccolta differenziata, ad esempio, è una cosa giusta. Però la raccolta, in un punto dove ci sono i negozi va fatta con cura. Non mi puoi costringere a tirare fuori i cartoni e poi li lasci lì e li prendi quando capita. Trasmette trascuratezza ai potenziali clienti».
La galleria Michelangelo è una delle più frequentate, eppure anche qui alcune serrande si sono abbassate. Sull’arancione dei cartelli “Affittasi” comincia a posarsi la polvere. Tre fondi sono sfitti, gli altri continuano. Ha chiuso anche la libreria, storico punto indipendente per chi cercava libri in città. «Intorno hanno aperto quelle sponsorizzate dai grandi marchi, non ce la faceva più. Mi dispiace abbia chiuso», dice un passante di fronte alla vetrina. Sul vetro della porta un adesivo ricorda che quella libreria era uno dei selezionatori del premio Bancarella: un patrimonio culturale che difficilmente si ricostituirà.
Proprio di fronte c’è un negozio che vende intimo. Ben illuminato e dalle pareti pulite, dà l’idea di essersi trasferito da poco. «Sono qui da due mesi - spiega la proprietaria – sono andata via perché in centro pagavo di più per affittare il locale. Non è cambiato nulla però, qui pago di meno ma non sono aumentati i clienti, sono rimasti uguali». La spinta a trasferisi insomma non viene dai possibili profitti ma dalla prospettiva di un affito più basso. Brutta prospettiva quando calano, vuol dire che la domanda è scarsa. La signora chiude bottega alle 12, di clienti non ne sono entrati. Probabile che un affitto più altro e un giro di clienti più grande non le dispiacerebbe.
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