Il Tirreno

Un atlante racconta l’orrore del nazi-fascismo

di David Chiappuella
Un atlante racconta l’orrore del nazi-fascismo

Da Bardine a Frigido un censimento degli eccidi che insanguinarono le Apuane (e l’Italia)

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MASSA CARRARA. Sono state finalmente censite le atrocità ai danni dei civili, che, tra il 1943 e il 1945, vennero commesse sul territorio nazionale da criminali nazisti come l'ufficiale delle SS Walter Reder e che insanguinarono anche la zona apuana. Si intitola "L'Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia 1943-1945" il convegno internazionale in programma a Milano dal 14 al 16 settembre, organizzato dall'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione e dall'Anpi, con il contributo dell'ambasciata della Repubblica federale tedesca e della struttura di missione per gli anniversari d'interesse nazionale della presidenza del Consiglio.

La ricerca, finanziata anche dal ministero degli esteri della Germania e suggerita dalla Commissione storica italo-tedesca, ha permesso non solo di render conto dei crimini perpetrati nel nostro Paese dalle forze occupanti di SS e Wehrmacht e da quelle fasciste della Repubblica di Salò, fissando in 22mila le vittime di questi eccidi, ma anche di spiegare perché tanti documenti relativi proprio ai militanti della Rsi siano scomparsi per anni.

Si è potuto dunque approfondire il quadro conoscitivo anche su massacri come quelli di Bagnone, Pallerone, Fivizzano, Filattiera, Bardine, Zeri e Licciana Nardi. Ma oltre che sulla Lunigiana, sarà importante soffermarsi sui nuovi elementi emersi riguardo alla strage di Bergiola Foscalina, tuttora al centro di un'inchiesta della procura militare di La Spezia.

Che in questo "Atlante" il nostro territorio occupi uno spazio tutt'altro che marginale lo si era già capito dalla prima presentazione dell'iniziativa, tenuta, sempre a Milano, alla fine del 2013, da Paolo Pezzino, docente di storia contemporanea all'Università di Pisa e responsabile del comitato scientifico che ha realizzato l'opera.

Nella sua relazione lo storico, come esempio del profondo disprezzo nutrito dagli ufficiali nazisti verso i partigiani, dei quali fornivano un'immagine grottesca e deformata, aveva citato la deposizione volontaria resa dopo la guerra dal generale Max Simon, comandante della XVI divisione corazzata SS, condannato a morte da un tribunale militare inglese a Padova nel giugno 1947, ma successivamente graziato e liberato, che, per assolversi dai crimini commessi, accusava ingiustamente i partigiani operanti sulle Alpi Apuane di usare "mezzi inumani", impiegando donne e bambini come esche o spie per uccidere i soldati tedeschi a tradimento, sull'esempio dei comunisti russi.

«Anche a conflitto terminato -commentava Pezzino- non è dato trovare in questi capi militari alcun cenno di ripensamento critico sulla loro condotta di guerra in Italia». La tesi proposta dello studioso sosteneva che le stragi nazifasciste, nella maggior parte dei casi, non rappresentassero una reazione spontanea, magari scomposta e disordinata, di singoli reparti tedeschi attaccati dai partigiani, ma presupponevano una vera e propria programmazione del massacro, una linea politica di terrorismo verso i civili, che emanava direttamente dall'alto comando del Terzo Reich.

Secondo Pezzino le disposizioni emanate per la lotta alle bande nell'Europa dell'Est furono applicate anche in Italia e per il nostro Paese furono poi emesse direttive specifiche, addirittura più severe, anche quando su altri fronti la drasticità degli ordini veniva attenuata. «Il 17 giugno 1944 -ricordava il relatore- il feldmaresciallo Albert Kesselring, capo delle operazioni per la repressione delle bande in Italia, emanò un ordine che prevedeva misure particolarmente drastiche e assicurava immunità ai comandanti che avessero ecceduto nei metodi di lotta ai partigiani. La trasmissione di questi ordini ai vari livelli gerarchici è confermata dal ritrovamento di copie che li riproducono quasi alla lettera".

Alla luce di queste rivelazioni, dunque, cadono definitivamente tesi difensive come quella del generale Simon, che, demonizzando la Resistenza apuana, giustificava le stragi come operazioni militari di rappresaglia.«Gli elementi che contribuirono a scatenare la violenza sui civili furono altri -spiegava Pezzino- e primo tra tutti l'esigenza di controllo del territorio, che assunse, in determinate circostanze, legate alla fase strategica del conflitto, caratteri apertamente terroristici nei confronti delle popolazioni». Adesso, dunque, è finalmente disponibile un quadro più chiaro sulla ferocia dei crimini di guerra commessi dai nazifascisti in Italia. Anche nella nostra provincia.

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